La ministra Lorenzin inciampa ancora sulla campagna per fertility day

14344956_306777203014045_8087661881873878523_n

Beatrice Lorenzin – ministra della Salute 

La campagna condotta da Beatrice Lorenzin sulla fertilità degli italiani comincia ad aver qualcosa di comico e caricaturale. Come il fantozziano personaggio della Contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, la ministra alla Salute Beatrice Lorenzin non riesce proprio a varare la campagna per il Fertility day. Un mese fa circa, aveva dovuto ritirare le cartoline propaganda realizzate dal ministero per stimolare una generazione di precari sottopagati, a mettere al mondo figli, ammonendo le italiane, solitamente licenziate appena annunciano una gravidanza al datore di lavoro, a non attendere troppo per mettere in cantiere dei figli. Erano state durissime le contestazioni per l’irritazione di una propaganda che in un Paese sempre più impoverito, soggetto a continui tagli del welfare e con la disoccupazione femminile più alta d’Europa , aveva tutto il sapore di una presa per il culo. La ministra alla vigilia del fertility day ha dovuto fare marcia indietro una seconda volta. Insomma non ne azzecca una.

Questa volta si tratta del  razzismo sulla copertina degli opuscoli distribuiti per la prevenzione della sterilità e dell’infertilità. Le situazioni messe a confronto per indicare comportamenti positivi e negativi contrappongono un gruppo di garruli e sorridenti ragazzoni bianchi e biondi ad  un gruppo di giovani di colore che si fanno canne.  La cosa avvilente è che le foto dell’opuscolo pare siano state prese pari pari dalla pubblicità per uno studio odontoiatrico, insomma nemmeno lo sforzo di realizzare qualche foto. La ministra grida al complotto e ha fatto già cadere delle teste   e promette indagini per sapere come mai è stato messo in circolazione del materiale diverso da quello che era stato vidimato.

14329979_306579606367138_909483534088310752_n

Copertina dell’opuscolo per prevenire la sterilità e l’infertilità del ministero della Salute

Il responsabile della direzione generale della comunicazione istituzionale del suo Dicastero che ha curato la redazione e la diffusione del materiale informativo ha fatto le valigie.

L’obiettivo di far figliare le italiane ad ogni costo pare essere divenuto una ossessione per Lorenzin e ci si comincia a domandare quanto della sua vita privata non stia pesando sulle scelte politiche del suo ministero.  Insomma il dubbio che  la ministra ci sta mettendo del suo comincia ad insinuarsi.

Il web si sta scatenando nuovamente e tra proteste serie, parodie e sberleffi prende in giro la propaganda per la fertilità del Governo ma non  c’è proprio da riderci troppo. La scorsa estate (determina 6 luglio 2016) è passata del tutto sotto silenzio la scelta di passare molte pillole anticoncezionali  dalla classe A, ovvero dai farmaci mutuabili, alla classe C che contraddistingue i farmaci a pagamento. E’ una scelta che ricadrà sulle donne che vivono in maggiore disagio economico e che potrà essere un deterrente per l’assunzione di anticoncezionali magari per indurre a ricorrere al coito interrotto, pratica che proteggeva da gravidanze indesiderate quanto un hula hoop dalla pioggia. Queste scelte politiche insieme all’ormai consolidato boicottaggio della 194 mettono a rischio la libertà di scegliere se fare figli e anche la salute riproduttiva delle donne e sono oltretutto vuota propaganda. L’Italia ha un calo demografico costante ma le soluzioni non stanno certo nello stampare due opuscoli che facciano la ramanzina sui rischi dell’infertilità e dato che ormai è risaputo che i Paesi occidentali dove si è alzata la natalità sono quelli dove c’è maggiore occupazione femminile e minori disuguaglianze.

@nadiesdaa

 

 

Melito: cultura mafiosa e violenza di genere sono legate

Cultura mafiosa  e violenza di genere sono fortemente legate. Ci sono storie che si ripetono, lo spiega la deputata Celeste Costantino,  nata a Melito per caso,  e cresciuta a Reggio Calabria: “E siamo a tre! Questa vicenda si inscrive in una situazione particolare che è quella di un territorio fortemente compromesso con la ndrangheta ed è necessario che intervenga la commissione antimafia. C’è la violenza di genere, quella subita da una giovanissima ragazza in un contesto mafioso che ricorda la vicenda di Anna Maria Scarfò e di un’altra ragazza a Pimonte (Campania). Storie di violenze che si somigliano e si ripetono in contesti di ndrangheta e camorra e per questo andrebbe fatta una riflessione approfondita. Dobbiamo anche farci carico della dimensione del sequestro della propria libertà che vivono i cittadini di Melito e tutti quelli che vivono nei contesti di mafiosi, per renderli liberi”. Anna Maria Scarfò come la ragazza di Pimonte e quella di Melito. A  13 anni  si innamora di un ragazzo che le promette amore ma la attira in una trappola facendola finire in una spirale di violenze di un gruppo di giovani legati alla ndrangheta. Va avanti tutto per tre anni ma quando Anna Maria capisce che i suoi aggressori stanno prendendo di mira la sorellina,  rompe il silenzio e  denuncia le violenze. Seguono insulti della comunità dove vive, l’ostracismo, le minacce ma lei non molla.  Oggi vive sotto protezione insieme alla sorella che ha salvato, ed ha scritto Malanova   insieme alla giornalista Cristina Zagaria.

celeste-costantino-deputata-sel

Celeste Costantino deputata Sel

Eppure sia a Melito che a Taurianova che a Pimonte è stato possibile che  ragazze vittime di violenza svelassero le violenze e ricevessero aiuto nonostante le minacce e il contesto mafioso. I dati della violenza contro le donne comunque ci parlano di un fenomeno trasversale. In Italia, secondo l’Istat, le donne che prima dei sedici anni hanno subito violenza sessuale sono 2milioni 284mila e di queste, quasi 200mila hanno subito stupro e circa 650mila sono state costrette a toccare le parti intime dell’aggressore e 2milioni e 154mila hanno subito palpeggiamenti e altre molestie. Il problema è far emergere il problema perché confrontando i dati delle ricerche Istat con le denunce si capisce che il fenomeno è ancora sommerso.

melito-di-porto-salvo-calabria

Melito di Porto Salvo – Stazione

Dopo la denuncia di stupro della giovane di Melito la Regione Calabria ha indetto per il 21 ottobre prossimo una  manifestazione nazionale contro la violenza alle donne e da parte del movimento delle donne c’è una  forte  l’adesione e si stanno organizzando pullmann da diverse regioni italiane.

Oggi Maria Elena Boschi, ministra per le Riforme con delega per le Pari Opportunità  ha incontrato in prefettura, a Reggio Calabria, alcune associazioni legate all’Arcidiocesi che si occupano anche di violenza contro le donne. Ed è un peccato che all’incontro non siano state invitate le donne di altri centri antiviolenza calabresi tra cui quelle del centro anti-violenza Roberta Lanzino di Cosenza che ha intenzione di costituirsi parte civile nel processo contro gli uomini arrestati con l’accusa di violenza sessuale. Da mesi  le attiviste cosentine erano in contatto con le donne della Fidapa di Melito che avevano chiesto aiuto   per l’apertura di uno sportello antiviolenza.  Antonella Veltri, presidente del Roberta Lanzino confida che dopo la manifestazione del 21 ottobre  seguano azioni efficaci “ non basta l’eco mediatico,  abbiamo chiesto  al presidente della Regione Calabria di fare una mappatura dei centri antiviolenza in modo da rendere chiari i criteri di assegnazione dei  fondi della legge regionale 20 e quelli della legge 119 e di implementare i progetti di contrasto alla violenza di genere”. 

Ben venga quindi la manifestazione del 21 ottobre  ma poi è importante che seguano interventi adeguati: contrasto alla criminalità organizzata,  cultura della legalità, mappatura e rafforzamento dei centri antiviolenza ma anche progetti contro la violenza di genere per contrastarla e capire che cos’è. Ieri l’arcivescovo di Reggio Calabria, monsignor Fiorini Morosini ha puntato il dito contro una concezione troppo edonistica della sessualità. Se si confonde la misoginia e lo stupro con una qualche attività ludica vuol dire che c’è molto da fare ancora.

@nadiesdaa

Ministra Lorenzin, obiettiamo il fertility day

Basic CMYK

Avrà anche avuto le proprie ragioni la Ministra Lorenzin, a non presentarsi alla Festa dell’Unità di Milano lo scorso 2 settembre, come evidenziato dal suo portavoce. Di contro, però, noi riteniamo che chi, come lei, ricopre un così importante ruolo istituzionale, debba assumersi sempre le conseguenti responsabilità, affrontando, ad esempio, i cittadini e le cittadine quando tira una forte aria di contestazione.

Se l’avesse fatto l’altro giorno, ci saremmo volentieri confrontate con lei sui problemi che riguardano le nostre esistenze e le nostre scelte. L’occasione era quella giusta, perché il tema del confronto pubblico con la ministra era “Curare bene, curare tutti”.

Le avremmo spiegato quanto tutto il progetto sulla fertilità ci sembri proprio irricevibile e perché come donne ci siamo sentite umiliate nella nostra dignità. Le avremmo rappresentato come le difficoltà di una effettiva applicazione della 194 si configuri come una manifestazione concreta proprio di una lesione dei nostri diritti riproduttivi. 

Invece ci siamo trovate al cospetto del sottosegretario De Filippo, che ha sposato, sul Fertility Day, la linea della Ministra Lorenzin, condividendo con lei la valutazione di non aver sbagliato tutto l’impianto del Piano, ma solo la campagna di comunicazione!

Ci ha rinfrancato, nel dibattito, la netta presa di posizione della senatrice De Biase, quando l’abbiamo sentita ribadire come dietro la campagna e il Piano ci siano un’idea e un progetto ben precisi e irricevibili. 

Ancora di più l’abbiamo apprezzata nel sentirla parlare della condizione delle donne in Italia, toccando il tema della conciliazione tra lavoro e famiglia, della legge 194 da applicare, dei consultori da potenziare e della Legge 40 da riformulare, poiché noi di #ObiettiamoLaSanzione proprio quei temi volevamo rappresentare alla ministra Lorenzin.  Per questo siamo intervenute alla Festa dell’Unità illustrando e distribuendo il seguente comunicato:

 

In Italia abbiamo un problema serio circa l’applicazione della Legge 194. Forse non tutta l’opinione pubblica è al corrente del fatto che, citando solo l’ultimo caso balzato alla cronaca, a Trapani nell’ospedale di riferimento per tutta la provincia non è presente in pianta organica nessun ginecologo non obiettore. Al momento il servizio è coperto da un ginecologo di Castelvetrano che si reca a Trapani una volta alla settimana.

Le due pronunce definitive del Comitato europeo dei diritti sociali, quella del 2014 e quella del 2016, attestano “palesi responsabilità delle istituzioni pubbliche italiane nella lesione dell’effettivo esercizio del diritto alla protezione della salute”, e il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa “attende con interesse la segnalazione al Comitato dei diritti sociali nel 2017”.

Come attiviste di Obiettiamo La Sanzione dubitiamo della  tesi della Ministra Lorenzin per cui “gli eventuali problemi di accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza sono dovuti a criticità organizzative locali e non al numero degli obiettori di coscienza”.

Ad esempio in Lombardia la percentuale dei ginecologi obiettori è del 69,4%. In 7 ospedali lo è la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione è tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50%.

C’è un notevole ricorso a medici “gettonisti”, esterni chiamati a sopperire alla mancanza interna di non obiettori. Il costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. A causa di questa mancanza anche i tempi di attesa si allungano: la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg. Una sorta di percorso ad ostacoli quindi. Sempre nella nostra regione nel 2014 le Ivg sono calate del 5,2%, ma meno di quello di altre 15 regioni. Aumentano le gravidanze sotto i 18 anni, negli ultimi 5 anni +31%.

Dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd emergono alcuni elementi su cui riflettere. Nel 2013 il 41,4%, (per un totale di 6.913) delle Ivg sono state effettuate da donne straniere, le italiane sono state 9.765. Al contrario di quanto avvenuto in altre regioni, la Lombardia non ha aderito al progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute sulla prevenzione dell’aborto tra le donne straniere tramite la diffusione di buone pratiche (formazione degli operatori, potenziamento dell’organizzazione dei servizi per favorire l’accessibilità, promozione di una capillare informazione nelle comunità immigrate).

Siamo indietro anche nell’utilizzo del metodo farmacologico (RU486). La Lombardia è al quindicesimo posto rispetto alle altre regioni, è ferma al 4,5% nel 2014. La spiegazione in parte è data dal fatto che 30 strutture delle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486; inoltre passa troppo tempo tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’ivg e questo fa scadere i termini temporali (49 giorni) entro i quali è possibile utilizzare il metodo farmacologico. A questo si aggiunge che, per la RU486, viene applicata in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, a differenza dell’Ivg chirurgica che è eseguita in day hospital”. I consultori sono un altro punto dolente del sistema sanitario lombardo.

Insomma, emerge una fotografia non certo all’insegna dell’efficienza, della tutela della salute psico-fisica della donne, della garanzia dei diritti delle donne in termini di salute sessuale e riproduttiva.

Siamo certe della copertura adeguata? E, ulteriore domanda, siamo davvero sicure che il sistema di monitoraggio, di cui tanto parla la ministra Lorenzin, risponda alla realtà, al di là dei dati disaggregati adoperati dal Ministero? Valutiamo la richiesta di IVG, ovvero quante donne richiedono IVG e quante trovano risposta alla loro richiesta. Il numero di IVG nelle strutture autorizzate diminuisce, ma andrebbe approfondito il fenomeno degli aborti clandestini per comprendere se non ci sono falle nel sistema.

Per quanto riguarda la quantificazione degli aborti clandestini nel Paese, l’Istituto Superiore di Sanità effettua le stime utilizzando lo stesso modello matematico applicato nel passato, pur tenendo conto dei suoi limiti. La Laiga ribadisce che il fenomeno va attentamente studiato trovando degli indicatori adeguati e non si può velocemente chiudere l’argomento con un fantomatico e fantastico studio  ipotetico matematico.

Se la 194 non viene applicata o abbiamo dei servizi non garantiti siamo noi donne a subirne le conseguenze, una violenza sulla pelle e nei corpi che reputiamo intollerabile in un Paese civile. Tornano le ombre della clandestinità, dei farmaci abortivi venduti su internet: non più ferri da calza, mammane, ma pillole antiulcera che vengono assunte in dosi massicce. Sapete cosa comporta tutto questo? Emorragie interne e rischio per la vita.

 

 

Il gruppo #ObiettiamoLaSanzione