Povera Yara, povero scribacchino

Non volevo scrivere sull’assassinio di Yara, la giovane tredicenne di Brembate, scomparsa il 26 novembre scorso e ritrovata dopo tre mesi senza vita, buttata in un campo. Non volevo scrivere anche se faticavo ad addormentarmi la notte scorsa, pensando a quello che avevo letto sul ritrovamento del corpo: un ciuffo d’erba tra le dita, forse l’ultimo tentativo di aggrapparsi alla vita. Ma mi  capita sotto gli occhi un articolo di Antonio Socci, su Libero,  intitolato: ‘Yara  martire come Maria Goretti’,  la giovane canonizzata nel ’50,  perché secondo la Chiesa,  preferì essere uccisa piuttosto che cedere allo stupro. Non si sa ancora cosa sia successo  a Yara, anche se si sospetta un assassinio dopo un tentativo di violenza sessuale: un’ipotesi  quasi  scontata quando vengono uccise delle donne giovani. Eppure, senza ancora nemmeno sapere, Antonio Socci versa un fiume di parole sull’eroismo di una ‘tredicenne pulita, semplice, pura, morta per difendere la sua dignità’, ed esalta il valore della difesa della ‘purezza’ di  una tredicenne ‘che frequentava la parrocchia e aveva fatto la cresima’.  Improvvisamente vedo in quelle parole di Socci un significato osceno. La purezza di una donna ha più valore della sua stessa vita?  E le altre donne? Quelle giovani come Yara, o di qualche anno più grandi: le tante, troppe stuprate, ammazzate e gettate in un fosso,  magari perché si trovavano in discoteca, e tra un ballo e l’altro hanno seguito qualcuno che le invitava a fare una passeggiata, o le altre ancora, le giovani prostitute provenienti dai Paesi dell’Est, o dal sud America, massacrate e gettate nei fossi o nei campi proprio come Yara. E ancora: le altre quelle che sopravvivono anche solo per un po’ come Donatella Colasanti, che allo stupro non poté o non volle opporsi per restare viva, anche solo per sopravvivere. Le donne altre, quelle che Socci non riuscirebbe a definire pure, né martiri o eroine?

Alle donne capita di essere uccise in quanto donne, per quello che sono e rappresentano agli occhi di chi le aggredisce, stupra o uccide. Si chiama femminicidio. I numeri delle donne assassinate in un anno, in Italia, supera quello delle vittime della malavita organizzata, quello dei militari italiani morti nelle missioni in Medio oriente : una ogni due giorni. Ma sono morti che si rimuovono, si dimenticano tranne quando le si  sventolano come vessilli, a volte contro i comportamenti delle stesse donne che se la vanno a cercare, che sono diventate aggressive, che hanno comportamenti sessuali giudicati esuberanti, perché si truccano, perché escono la notte, perché sono belle e provocanti. Altre volte sul loro corpo violato o massacrato viene sventolato il vessillo contro l’immigrazione, gli extracomunitari, l’Islam se ad uccidere o a violare è un immigrato, un extracomunitario o un mussulmano, contro gli zingari se l’autore della violenza è un Rom. In guerra si stuprano e uccidono le donne del nemico, quando all’interno di una relazione scoppia la violenza allora la guerra è ritorta contro la moglie, la compagna, l’amante che viene picchiata, stuprata, talvolta uccisa.

Il corpo delle donne vive, come delle donne assassinate è ancora, un terreno di guerra e di scontro ideologico, sociale, politico. Di Yara e della sua morte ancora non si sa nulla, e già sul suo corpo è agitato  un vessillo: così il valore della vita di una donna, e la mancanza  di senso della morte atroce, quanto iniqua e violenta, quasi sempre, resta  legata al discorso sulla sua  sessualità: era pura, era vergine, era mignotta? Perché lo sguardo di chi uccide una donna e lo sguardo di chi  resta testimone di quella morte, si muovono nella stessa direzione.    Corpi vivi o morti da colonizzare o sui cui piantare vessilli. Così penso con un senso di malessere profondo, quanta fretta Socci,  di mettere le mani  sul corpo massacrato di una tredicenne, nell’esaltazione della verginità e in omaggio all’ ideologia del Cristianesimo. La guerra alle donne continua anche con il vessillo  piantato da Antonio Socci.

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