Quei corpi di donne

Matilde, Giovanna, Antonella, Tina sono le operaie tessili rimaste uccise nel crollo della palazzina a Barletta, dove lavoravano in nero  retribuite meno di quattro euro all’ora. Insieme a loro è morta anche Maria la figlia dei titolari del maglificio. Solo un’altra operaia è sopravvissuta. Lavoravano senza ferie, malattia, maternità: alcune erano  ragazze madri lasciate senza futuro nel Paese de “i figli so pezze e core”,dove  le politiche a sostegno della maternità sono una sceneggiata, anzi una buffonata. Un lavoro in un maglificio ricavato in un sottoscala e  fatto con gioia,  una piccola porzione di futuro schiacciata dal crollo. Un lavoro che probabilmente non concedeva nemmeno sabati per stare a casa con i figli o i familiari.

Donne che forse non avevano nemmeno immaginato di percorrere grandi rotte nella loro vita ed erano felici di navigare a vista grazie a quel lavoro in quel piccolo sottoscala. Un progetto di vita prima del crollo, e poi dopo il crollo,  nemmeno più una vita. I funerali si sono svolti ieri e ho pensato a quei corpi giovani composti nelle bare. Eppoi mi sono venuti in mente altri corpi.

Corpi sfruttati col lavoro nero e mal pagato, corpi di donne che sentendosi senza futuro vorrebbero abortire perché incinte e costrette all’iter sfinente di trovare un medico che pratichi aborti nelle strutture pubbliche perché i medici sono diventati quasi tutti obiettori, e lo Stato, quella parodia che ne è rimasta, non si preoccupa più di garantire l’applicazione della legge 194; ho pensato ai corpi delle donne incinte, sole e senza un lavoro o con il marito disoccupato che  scelgono di avere un figlio e quando si rivolgono ai servizi sociali per ricevere aiuto, si sentono dire che farebbero meglio ad abortire: il welfare è stato ridotto all’osso dai tagli del Governo; corpi di donne stanchi e pieni di amarezza che fanno lo slalom tra le follie di una società meschina quanto schizofrenica;  ho pensato ai corpi delle donne e al loro correre affannoso per conciliare lavoro e cura dei figli, con una scuola che rende loro il compito sempre più difficile, il tempo pieno è  una rarità come i posti all’asilo o al nido; ho pensato ai corpi delle donne ricattate sessualmente dai datori di lavoro, soprattutto se straniere, perché tanto “le donne sono tutte in vendita” e c’è sempre un aspirante “utilizzatore finale” che le ricatta col lavoro di cui hanno bisogno per vivere; e poi ho pensato ai corpi delle donne cassintegrate o licenziate perché sono donne, ai corpi di quelle privilegiate che si laureano a pieni voti e finiscono nei call center o restano bloccate da tetti di cristallo.

Sono corpi stanchi e pieni di amarezza e sono donne dimenticate. Dovremmo scendere in piazza in un milione per rivendicare che le donne non siano dimenticate da una società che le sta mettendo sempre più ai margini con insofferenza, e che nega loro dignità, riconoscimento o rispetto. Le politiche per le donne sono un relitto affidato al passato. Ma siamo troppo spesso preoccupate della rappresentazione dei corpi delle donne per ricordarci dei corpi stanchi e pieni di amarezza delle donne.

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6 pensieri riguardo “Quei corpi di donne

  1. Come ho già detto in un altro post, questa tragedia a me sembra persino più vergognosa di quella della Cotton che diede origine alla festa dell’otto marzo.
    Purtroppo noto anche che, dopo i discorsi di circostanza, il fatto sta gradualmente passando in secondo piano per sparire nell’anonimato. Eppure mi chiedo: in che cosa differisce l’evento di Barletta dal rogo della Thyssen Krupp di Torino che tanto ha fatto indignare e ha portato a una condanna (in primo grado) per omicidio volontario dei responsabili dello stabilimento? Differenze ne esistono, ma non vedo come siano determinanti nel deprecare diversamente i due eventi. Certo, i realisti sosterranno che nel profondo sud non si può chiedere la stessa tutela del lavoro del capoluogo piemontese; ad esempio a Torino Maria Cinquepalmi, 14 anni, avrebbe faticato molto di più a evadere l’obbligo scolastico.
    Alla Thyssen Krupp gli operai erano tutti contrattualmente in regola e sindacalizzati, mentre a Barletta le lavoratrici in nero il sindacato lo hanno visto solo ai loro funerali. E poi i vertici della Thyssen Krupp erano tedeschi, quindi dei ‘crucchi’ tipicamente freddi e spietati, mentre l’unica sopravvissuta ha tenuto a precisare che il titolare dell’opificio abusivo non va accusato perché “è una brava persona” (della serie ‘italiani brava gente’), e nessuno ha chiesto per il momento che gli venga rivolta l’imputazione di omocidio volontario: eppure, a voler essere cinici, le inosservanze della multinazionale erano molto più limitate.
    Per finire non posso fare a meno di riprendere anche il presidente della regione Puglia e leader di SEL Nichi Vendola, solitamente molto attento nelle performance oratorie, ma che secondo me ha toppato clamorosamente quando ha affermato che “non si può morire da schiavi”. Hai ragione Nichi, ma che da dire della VITA da schiavi che stanno conducendo uomini e donne – in maggioranza donne – in Puglia e nel resto del paese? Forse ci vorrebbero impegni concreti un po’ più concreti di vaghe ‘narrazioni’. E se tutti siamo pronti a indignarci per il premier-puttaniere che nel giorno dei funerali lancia Forza Gnocca, che dire del sindaco di Barletta appoggiato anche dalla sinistra ‘radicale’ capace di sostenere quanto segue: “Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi economica, viola la legge ma assicura lavoro”? Per questa persona ‘di sinistra’ la vita da schiavi va bene eccome, purché non assuma esiti troppo ecclatanti.

  2. Per prima cosa vorrei ringraziare Nadia Somma per aver scritto questo articolo. Sono giorni che i pensieri e le parole mi girano in testa e che vorrei scrivere qualche considerazione legata alla tragedia di Barletta, senza trovare parole degne per farlo. Poi ho letto l’articolo di Nadia e ho trovato messo in ordine gran parte di ciò che confusamente stavo pensando. Condivido la rabbia, condivido il “troppopieno” che straripa, condivido l’indignazione, condivido la riflessione giusta e accurata, sensibile.
    Mi viene in mente che recentemente ho letto il libro di Murgia Ave Mary e che in un passaggio parla della differenza di genere nella morte. Mi spiego meglio: Murgia attira l’attenzione sul fatto che anche nella morte e nella sua narrazione/rappresentazione c’è differenza di genere. Per esempio le donne muoiono vittime, muoiono succubi, muoiono madri e lasciano figli. Non muoiono mai da eroine, mai da coraggiose, mai da attive ma sempre da passive. Un po’ come dire che la narrazione della morte delle donne è legata all’immaginario del martirio e quella degli uomini alla mitologia dell’eroismo.
    E’ un tema difficile quello della morte e dell’immaginario che ne deriva, ma oggi vorrei che fosse ricordato il coraggio e l’eroismo delle donne che sono morte.
    Perchè bisogna essere eroiche per vivere in un paese che ti chiude in uno scantinato a lavorare per 4 euro l’ora mentre chi ti governa in preda ad un istrionismo patologico propone il partito della Gnocca.
    Perchè bisogna avere un coraggio immane per salire su un gommone al buio, magari incinte, o con un figlio piccolo fra le braccia per attraversare un mare nero e farsi inghiottire senza lasciare nemmeno un corpo da piangere a chi è rimasto.
    Perchè bisogna essere valorose per sfidare e tenere testa e continuare a dire di No a quell’uomo che non si rassegna ad essere lasciato, quell’uomo che ti dice che ti ama mentre ti sferra colpi su colpi.
    Perchè bisogna essere temerarie per mettere ogni sera il proprio corpo in vendita, salire in una macchina sconosciuta, e sopportare che un corpo estraneo abbia finito di usare il tuo corpo.
    Il pensiero va alle donne che sono morte; non solo vittime dimenticate, silenti, sottomesse ma anche e prima di tutto coraggiose, tenaci, forti, valorose…eroiche.

  3. Cara Valerie,
    secondo me un modo concreto per ridare come dici tu giustamente la dovuta dignità alle lavoratrici è chiedere che la giustizia si muova verso i responsabili di questo opificio così come ha fatto nei confronti della Thyssen-Krupp. Normalmente sono contro alle iniziative volte a condizionare l’opera della magistratura che deve agire in tranquillità e autonomia, ma qui sinceramente non vedo ragioni per non agire così.
    I vertici del gruppo tedesco tenevano lavoratori in regole e – in piena consapevolezza – hanno omesso alcune norme di sicurezza perché l’impianto era in fase di dismissione e non conveniva economicamente applicarle.
    A Barletta invece le lavoratrici erano in nero, di cui una ancora in obbligo scolastico, non è stata presa alcuna precauzione malgrado il pericolo aggiuntivo derivante dai lavori edizili nell’edificio adiacente e l’attività avrebbe dovuto funzionare in queste condizioni a tempo indeterminato.
    Non so se gli operai bruciati a Torino e le lavoratrici sepolte vive a Barletta abbiano fatto una fine eroica, di sicuro è stata profondamente ingiusta e non si può bollare come ‘tragica fatalità’, per cui una società che vuole definirsi ‘civile’ deve reagire prima ancora per la sua stessa dignità che per quella delle vittime. E se per i caduti di Torino vedo qualche barlume di rivalsa, a Barletta mi sembra notte fonda.

  4. Grazie Valery e Ivan per le vostre profonde riflessioni. Quanto dice Valery sulla differenza di genere anche nela morte è incredibilmente vero, mi sembra anche riallacciarsi con l’osservazione che faceva Ivan sula differenza con i morti della Tysen Krupp. Credo che su questo aspetto molto interessamnte si potrebbero fare approfondimenti. Poi volevo dire che trovo pericolosissimo il cocnetto espresso sia dal sindaco di Barletta che da certa sinistra: “non si può condannare chi in momenti di crisi da lavoro”, perchè con questa scusante stanno aprendo la porta alla nuova chiavitù. Del resto persino leggendo i testi di epoche lontane alla nostra non c’erano forse “i padroni buoni” che trattavano bene “i loro schiavi” anche nell’antica Roma? Queste afermazioni mi fanno veramente indignare…

  5. Quoto tutti i vostri commenti. Aggiungo una riflessione da pugliese: quello che è successo a Barletta è “solo” una delle tante conseguenze (molte sono invisibili) di un contesto tanto più problematico.

    Ci sarebbe da intervenire non solo su certi datori di lavoro, ma anche su un modo di vivere e pensare condizionato da problemi economici e di legalità.

    Ci sarebbe da investire su di un pensiero diverso, su un’idea diversa dei propri diritti e della propria dignità e questo a partire dalle nuove generazioni.

  6. Per me barletta non va considerato solo un caso di morti bianche, non ci dice solo di violazioni di leggi, ma anche di vuoto legislativo e assenza delle istituzioni quando si tratta di donne. vorrei sottolineare, cosa che i media non hanno fatto, che 3 delle 4 vittime adulte erano ragazze madri, una aveva anche il marito disoccupato da mantenere. Non sono dettagli irrilevanti. Non voglio ripetermi, l’ho già scritto diffusamente altrove, anche qui
    http://personalepolitico.blogspot.com/2011/10/quando-la-morte-bianca-si-tinge-di-rosa.html#more

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