Torino: la falsa denuncia per stupro e i roghi del campo Rom

Ha il sapore amaro di un antico dramma la falsa accusa di stupro fatta da una ragazza nei confronti di due extracomunitari e il tentativo di linciaggio  dei colpevoli: è avvenuto nei giorni scorsi a Torino.  Gli stessi pregiudizi che condanniamo negli altri e che invece ci abitano clandestinamente a dispetto del nostro crederci politicamente corretti ci porterebbe a credere che una vicenda simile sarebbe potuta accadere in un Italia che non c’è più, in luogo rurale lontano nello spazio e nel tempo, in un ipotetico sud del mondo, come nella polverosa e calda Colombia di Santiago Nazar che nel bellissimo romanzo Cronaca di una morte annunciata (Gabriel Garcia Marquez),  ingiustamente accusato di stupro,  non riesce a salvarsi dalla vendetta dei fratelli di una sposa  disonorata che pronuncia il suo nome senza un perché.  Invece è accaduto in una città metropolitana ai nostri giorni e per fortuna non ci sono stati morti. 

La giovane sedicenne per nascondere ai genitori di  avere avuto un rapporto sessuale con un coetaneo ha accusato  due rom di averla stuprata.

 Ne è seguito un corteo degenerato in  una spedizione punitiva  e il rogo nel campo degli inesistenti aggressori.  Solo la buona sorte ha impedito che non ci fossero vittime. Una tragedia sfiorata e alimentata dalla miscela rabbiosa, cieca ed esplosiva di pregiudizi, ignoranza, paura, stupidità che ha animato le menti e i cuori dei numerosi protagonisti che vi hanno partecipato e collaborato. A cominciare dalla paura della ragazza che temeva il giudizio e il rifiuto da parte dei genitori  e che l’ha indotta a giustificare  la perdita della verginità con una violenza subita;   un padre ed una madre che l’avevano ossessionata col loro timore che potesse avere rapporti sessuali prematrimoniali. Vittima non di uno stupro ma di una delirante educazione sessuofobica che annichilisce, mortifica e umilia  il desiderio e la sessualità femminile in nome della cosiddetta purezza certificata da un inconsistente trofeo anatomico da consegnare al marito. Credenze  che speravamo seppellite da decenni, illudendoci che l’ignoranza potesse essere definitivamente sconfitta. Eppure qualche mese fa   Antonio Socci, su Libero,  esaltando la morte di Maria Goretti aveva scritto parole di ammirazione per il  sacrificio di Yara Gambirasio immaginando che piuttosto che rinunciare alla “purezza” si fosse ribellata ad un tentativo di  violenza sessuale rimanendo uccisa. Meglio morta che non più vergine, insomma. 

Ma ci sono ancora altri coprotagonisti. I giornalisti che hanno raccontato lo stupro riproponendo stereotipi e  pregiudizi che si replicano all’infinito ogni volta che si raccontano casi di violenza alle donne; così nel titolo è messa bene in evidenza la nazionalità, la regione di provenienza o la religione dell’autore della violenza se non è italiano, cattolico, bianco e “lumbard”. 

 La denuncia e l’occultamento della violenza maschile sulle donne  procedono sempre di pari  passo nascondendo maltrattamenti, assassinii e stupri dietro la mostruosità, la follia o  tradizioni culturali o religiose che non appartengono all’Italia.  Ieri mattina,  il quotidiano la Stampa chiedeva scusa per aver titolato che gli aggressori fossero dei Rom, e con autocritica faceva ammenda di uno strisciante razzismo. L’ammissione che non avrebbero mai specificato, qualora la ragazza avesse indicato colpevoli italiani, che gli stupratori fossero  astigiani, o torinesi, o italiani ha rivelato una insufficiente consapevolezza. Se i quotidiani intitolassero “Uomini stuprano una donna”  smetterebbero di occultare dietro pregiudizi xenofobi  la realtà e la quotidianità della violenza maschile sulle donne. La stessa giovane sedicenne del resto non ha accusato a caso degli extracomunitari,  probabilmente  ben sapeva che avrebbe reso più credibile il racconto. 

E alla fine gli altri protagonisti: gli  autori materiali del rogo al campo Rom. “Bravi cittadini del nord”, “lavoratori” con la loro  sensazione di superiorità e  in spedizione punitiva. Quelli che potremmo vedere sfilare alle manifestazioni contro la violenza alle donne dietro agli striscioni “le nostre donne non si toccano”, come se le donne fossero una proprietà, un oggetto da dover difendere da mani non autorizzate a toccarle, tranne quando le mani che pestano o stuprano sono quelle del fidanzato, del marito o dell’amante “italiano e gran lavoratore”. E allora in quel caso è diverso, le donne provocano o se le tirano.

“Bravi cittadini” che avrebbero potuto partecipare  il 21 novembre scorso alla distruzione non di un campo rom, bensì dell’aula del Tribunale di Velletri dove si celebrava il processo per stupro, quello avvenuto per davvero, compiuto da tre “bravi ragazzi italiani” nei confronti di un’altra sedicenne. Questa volta la vittima era una  rumena, e quindi la rabbia che si è scatenata nella folla di parenti e amici , mamme e sorelle degli imputati era contro “la puttanella” che li aveva denunciati. 

Ora gli stessi pregiudizi, paura, ignoranza, stupidità stanno alimentando le invettive questa volta nei confronti della sedicenne che ha fatto la falsa denuncia. “Mettiamo al rogo lei ora!”, “Diamo fuoco alla troia”  erano alcuni commenti che giravano in rete ieri,  a corredo di articoli sulla vicenda di Torino. 

Extracomunitari, Rom, Neri, Clandestini, Troie …..Come ci sollevano e ci distolgono bene  questi “spettri”  dalle nostre inconsapevoli  mostruosità.

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