Cialtroni ai timoni

Il gigante di acciaio della Costa Concordia piegato su un fianco a pochi metri dalla costa dell’isola del Giglio, non è solo la storia di una tragedia ma è anche il monumento all’insipienza, alla stupidità, alla mancanza di coscienza e responsabilità degli esseri umani. Ed è anche forse fin troppo facile vedere riflessa in quelle immagini la metafora dell’Italia. 

A distanza di due giorni, è difficile comprendere come sia stato possibile il naufragio, la morte di almeno cinque persone, il destino non ancora accertato di una quindicina di dispersi e forse anche il rischio di un disastro ambientale. Tutto questo non è stato causato da un imprevedibile causa naturale o da un evento eccezionale, ma da un errore umano. Secondo la ricostruzione fatta da  Francesco Verusio, sostituto procuratore della Repubblica , di Grosseto,  l’errore sarebbe addebitabile alla  manovra del capitano, Francesco Schettino, che per rispettare la consuetudine del “saluto” all’isola del Giglio, eseguito   in quella tratta dalle navi da crociera Costa,  si è spinto troppo vicino alla terraferma. 

E’ ancora più difficile comprendere quanto ricostruito dalla procura: dopo l’impatto con il costone di roccia, il capitano che pare non aver mai lanciato il mayday, ha cominciato l’evacuazione della nave in ritardo. Il colosso d’acciaio imbarcava acqua e il comandante continuava a comunicare che si trattava solo di un guasto tecnico.

   Le accuse mossegli dalla procura di Grosseto sono gravi: naufragio colposo, omicidio plurimo colposo, ed infine abbandono della nave: il comandante infatti, secondo la procura, è stato tra i primi insieme all’equipaggio a raggiungere l’isola del Giglio, rifiutandosi, nonostante le sollecitazioni  della Capitaneria di Porto di risalire sulla Concordia. 

La vita di quattromila persone tra passeggeri, marinai, cuochi, cameriere, sono state lasciate all’improvvisata organizzazione dei soccorsi di personale non sufficientemente preparato, spaventato tanto quanto i passeggeri che con difficoltà parlava la lingua italiana e a malapena l’inglese.  L’ unico commissario di bordo rimasto al suo posto ha rischiato di morire, Manrico Giampedroni, ed è stato tratto in salvo oggi con una gamba frattuta ed in ipotermia. 

I capitani delle navi nel nostro immaginario sono figure romantiche, quelli che restano  fino alla fine sulla loro nave, fedeli al loro ruolo, custodi della fiducia riposta nelle loro mani, sappiamo che in passato rispettosi di un  codice d’onore, si lasciavano addirittura affondare con essa. Come è lontano da quelle figure il comandante della Concordia. Chissà forse le figure dei comandanti, dei capitani, di chi è la guida, di chi si è assunto responsabilità sono in via di estinzione. Ci restano solo mediocri e squallidi figuranti.

E la nave da crociera abbandonata su un fianco, in bilico sulle profondità marine, e la storia meschina del suo capitano sembrano   la metafora della nave Italia, condotta con superficialità e leggerezza su rischiose rotte e abbandonata  al naufragio da squallidi nocchieri  senza scrupoli ed incapaci di reggerne le sorti dopo aver messo le mani sul  timone delle istituzioni, della politica, della classe dirigente italiana.

Si salvi chi può!

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