Roma, questa strana storia di violenza e i modi di raccontarla

Dal Fatto quotidiano, 13 maggio 2012

Una turista di 22 anni viene trovata rannicchiata  a terra   vicino alla Stazione Termini, ha un’emorragia e viene ricoverata  in gravi condizioni nel reparto di ginecologia del Policlinico di Roma.

I  medici che la visitano sospettano uno stupro ma nelle prime ore la stessa donna dichiara di avere avuto un rapporto sessuale consenziente.  Il giorno seguente  una  psicologa  la ascolta  e  conclude  che lo stupro sia avvenuto e che la ragazza neghi per la vergogna e l’attenzione suscitata nei media.

Questa è la storia poi ci sono i modi per raccontarla.

Molti  articoli   e   servizi televisivi  hanno  titolato o commentato  che c’era il consenso e quindi  non c’era stata violenza  nonostante il ricovero in gravi condizioni in ospedale e l’intervento chirurgico.

Nulla è accaduto. Qualche altre articolo ha accompagnato questa storia  ricordando  due aggressioni avvenute a Roma nei giorni precedenti:   non mancheranno  le solite strumentalizzazioni politiche che vengono fatte sullo  stupro e che riducono la violenza alle donne ad una questione di sicurezza invece che  di relazione tra uomini e donne e di  cultura.

Forse il sindaco Gianni Alemanno farà ristampare il  Vademecum antistupro.

Riguardo  alla ragazza  ricoverata al Policlinico  tutto pare ridursi alla domanda:  non c’era il consenso,  o  c’era il consenso?

Come se il consenso  ad avere un rapporto sessuale fosse una sorta di cambiale in bianco, un lasciapassare dato ad un uomo nel poter fare col corpo di una  donna ciò che vuole. Come se il consenso dato da una donna fosse una  giustificazione per trasformarne il corpo in una cosa inerte, una bambola di pezza da strappare e da poter abbandonare  esanime per strada: come un oggetto o uno straccio.

Che ci sia stato il consenso iniziale o non ci sia stato: questa è stata una  violenza.

Penso ai corpi delle oltre settanta donne massacrate dall’inizio dell’anno, penso alle donne  che vedo al pronto soccorso o al centro antiviolenza con i lividi addosso, e ricordo le  immagini della pubblicità  che ritraggono  parti anatomiche femminili per promuovere la vendita di qualcosa o ancora fotografie di donne umiliate, picchiate, violate, ferite, fotografate anche  nella posa di  un cadavere depositato nel baule di un’ auto  solo per fare pubblicità  a qualche griffe.

Penso ai cartelloni pubblicitari volgari con una donna seminuda e la scritta a fianco  “Montami a costo zero”  o “Te la do gratis” .

 Gallerie fotografiche  che sono state  raccolte  due anni fa dall’associazione Donne pensanti nel video La vie en rose . Immagini che incontriamo quotidianamente nei cartelloni pubblicitari, sulle pagine patinate dei  giornali alla moda  o  in televisione e che non raccontano mai  le donne ma rappresentano che cosa siano le donne nella nostra cultura. La rappresentazione delle donne alimenta l’immaginario e l’immaginario diventa un  modello. E finiamo per accettare l’inaccettabile come fosse routine.  E’ normale che una donna finisca in chirurgia  per del “sesso un po’ violento?”

Nel mondo che ci viene incontro e che reifica sempre più  gli esseri umani, il corpo della donna è diventato l’oggetto  per eccellenza. La donna cosa.

La cultura dell’immagine , non solo in Italia, la  mostra come  prodotto disponibile e a disposizione, privato  di soggettività che si può  utilizzare, distruggere, deturpare a piacimento, se poi si è pagato perché è una donna che si prostituisce o una donna che  desidera  avere un rapporto sessuale  è come se fosse stato acquistato o    dato in regalo  e  forse può anche essere lasciato a terra esanime e in una pozza di sangue  senza che nessuno riconosca che sia violenza perché c’è stato il consenso.   

Si! Siamo un prodotto ideale  da consumare.

Forse è per questo che i media hanno potuto raccontare questa strana storia di violenza che poi violenza non è , senza porre alcuna domanda ,   ricordandoci   ancora una  volta che ….cosa… sono le donne!

 

 

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