Lettera ad una donna

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Ricevo e pubblico una lettera di Irma Lovato

Oggi ho raccolto per te donna, un grande cesto di colori della Val Posina: desidero disegnare e cucire per te una mantella con le calde tonalità dell’ autunno, dentro la quale tu possa sentirti libera, serena e sicura qualsiasi sia il sentiero che tu intendi percorrere.

Libera, serena e sicura nell’ anima e nel corpo.

Devo prendere le misure della tua persona, della tua paura e della tua angoscia: della prima faccio presto a prenderle e le trascrivo, delle altre due non riesco a calcolare né la circonferenza né l’altezza. E’ da anni che te le porti dentro e dietro e nemmeno tu sai comprendere dov’ è il loro confine: sei però certa che loro accompagnano ogni tuo respiro.

Quello che tu stai vivendo è per il mondo un piccolo evento mentre tu avverti con lucidità che è diventato un ostacolo alla tua vita: un peso troppo grande da portare da sola.

La violenza verbale e psicologica è molto sottile e pur avendo segnato profondamente la tua esistenza e la tua persona non lascia segni visibili, segni chiaramente leggibili da altri: un’ anima che diventa nera non è un’ occhio fatto nero.

Il piano messo in atto da quell’ uomo è un lavoro fatto con il bisturi: egli ha inciso piano piano e un po’ alla volta nella tua carne e nella tua essenza femminea la sua cattiveria. Ed ogni sua parola ed azione lacera, taglia, strappa. E la ferita sanguina. E ti accorgi come nel trascorrere del tempo,venga meno la tua capacità di sopportare e che la cicatrizzazione di queste ferite è sempre più lenta e mai completa.

Parolacce, offese, ingiurie, bestemmie: dette, gridate, urlate e cantate… Sputi! Mentre tu passi e da lì devi passare. Stai perdendo importanti spazi e punti di riferimento del tuo vivere quotidiano. Ogni tuo passo è ben calcolato: sai che non devi lasciare nulla al caso. Tocchi con mano la fragilità e l’ impotenza del tuo essere persona, del tuo parlarne e anche del chiedere aiuto.

“E’ vita questa?” ti chiedi, “No!” è la risposta che sempre ti dai.

Colui che ti ha preso di mira è uno sciacallo, vuole portarti via il tuo passo libero e sereno, il tuo spazio vitale: rivendicalo donna, anche quando ti manca il fiato! Fermati, prenditi tempo, torna a credere in te stessa, a ciò che senti, fai emergere la tua voglia di dignità. Ciò che chiedi è un semplice e fondamentale diritto, il diritto alla vita: alla tua vita.

Un giorno un luogotenente al quale esponevi tutto ciò ti ha detto che quello che tu stai vivendo è uno “stillicidio”: parola che hai sentito calzare perfettamente al tuo vissuto. Un attimo di silenzio e…avresti voluto chiedergli se ti prestava la sua divisa: per proteggerti, per mettere fine a questa angosciante storia. Ben sai che chi indossa una divisa ha un valore aggiunto nel farsi rispettare, valore che tu senti di non avere.

Anche tu sei stata insultata ed umiliata e non hai replicato: hai proseguito per la tua strada. E non riceverai gli elogi da parte del Capo dello Stato, te li devi fare da sola: per amore e per la dignità che hai nei tuoi confronti e perché sai che non è una battaglia solo tua.

A volte però, di notte ti chiedi “A quale Stato appartengo? Qual’ è il mio posto in questa società?”

Duro il lavoro di chi indossa una divisa, però loro a qualche ora la appendono nell’ armadio: tu, il tuo essere donna lo indossi sempre.

Si, vorresti una divisa per sentirti sicura e forte nel tuo andare; una divisa contro la quale gli insulti che lui ti rivolge rimbalzino e scivolino via, senza rimbombare nelle tue orecchie e senza scalfire la tua essenza femminea; vorresti una divisa per riscaldarti dal gelo e dalla paura che tutta questa violenza ha seminato in te; vorresti una divisa perché cosi avresti al tuo fianco un collega…ma tu ti muovi per lo più da sola, e di questo qualcuno te ne ha fatto una colpa: non hai testimoni.

E chi sapeva si è chiuso nella sicurezza della sua casa.

In cuor tuo desideresti inoltre di essere veloce come chi, nell’ archiviare una tua querela, ha “cancellato l’ evento”; ma quelle parole che hai sentito ti sono entrate attraverso i pori della pelle e il tuo corpo le ha registrate contro la tua volontà. Qualcuno lo chiama istinto disopravvivenza.

Chi mai potrà cancellare quel “Ti ammazzo, ti ammazzo”? Chi? Tu sei certa che neanche il tempo lo saprà fare.

Ecco, è qui al mio fianco il grande cesto di colori che la Natura mi ha donato: credimi, non posso e non voglio cucirti una divisa perché credo che quell’Essere Persona che tu incarni è la tua divisa.

Qualcuno dovrà riflettere su questo, ed agire di conseguenza e con competenza.

Io per te cucirò con il filo della speranza una variopinta mantella, confidando che il futuro sia per te più sereno e vivibile e che la vita torni pienamente nelle tue mani.

Ci mettiamo in gioco io e te, non senza timore:  ci è stato detto che anche l’ osar dire è pericoloso; ma il vivere la nostra vita è un profondo desiderio che coltiviamo con passione, pazienza e fiducia.

Confidiamo che il mondo diventi un luogo più vivibile e sicuro per le donne.

E’ anche il nostro mondo.

Noi non siamo l’ altra metà del cielo, siamo metà di questa terra.

 di Irma Lovato

Posina VI

 

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