Famiglie monoparentali: una rete di sostegno alle madri separate

Dal Fatto quotidiano del 21 agosto 2013

Quali sono le difficoltà delle madri separate? Dopo la fine di una unione, sia gli uomini che le donne sono più poveri, perchè la divisione spezza sinergie e divide le risorse materiali ed economiche. Ma da troppo tempo si ignorano le difficoltà e la povertà delle madri separate italiane.  Alcune donne si stanno unendo per trovare risposte ai problemi portati dalla crisi e opporsi alle denigrazioni o demonizzazioni del ruolo materno fatto da associazioni “estremiste” di padri separati. Da un progetto di Immacolata Cusmai e Anna Consoli, sul web è nata da qualche mese la Rete Interattiva . Le due fondatrici rappresentano anche geograficamente la situazione di generale difficoltà delle madri separate, perchè vivono una in Lombardia e l’altra in Sicilia. Il loro obiettivo? Far uscire dal silenzio le madri separate, indirizzarle a consulenze legali o in quei luoghi dove possano trovare sostegno psicologico e sensibilizzare sulla loro realtà, ben diversa dalle rappresentazioni irreali e fantasiose  di “privilegiate”.  In Italia le famiglie monoparentali sono circa 5 milioni e sono costituite nell’85% dei casi da donne; la restante percentuale, in costante aumento, è costituita da uomini; le madri separate sono in affanno tra le famiglie monogenitoriali per povertà, problemi di conciliazione tra lavoro e cura dei figli, mancanza di servizi per l’infanzia e difficoltà di trovare un lavoro che offra un reddito per l’autosufficienza. Il  rapporto annuale dell’ Istat sulla Condizione del Paese, presentato nel maggio 2013 parla chiaro.  In generale, in Italia le donne sono sempre più povere, disoccupate (47, 1% di occupate contro il 58% della media europea), hanno salari più bassi (divario del 20& con i salari maschili)  perchè sono maggiormente impiegate in lavori non qualificati anche con titoli di studio universitari, e sono colpite ancora di più dal precariato. Sono ancora le donne a sostenere  il peso dell’indebolimento del welfare per i  tagli nelle leggi finanziarie con il carico del lavoro di cura di bambini e anziani, mentre in casa continuano a svolgere  il 76% degli incarichi domestici (dati Cnel 2012).  Le donne sono anche maggiormente penalizzate dalle dimissioni in bianco grazie alle legge del 26 giugno 2008 voluta dal governo Berlusconi che permette abusi e discriminazione nei confronti delle lavoratrici. Restare incinta significa spesso scegliere tra maternità e lavoro, tra autonomia e dipendenza dal partner.  In altri Paesi europei si è incentivata e sostenuta l’occupazione femminile con i congedi parentali obbligatori anche per i padri. Perché Stati Europei più evoluti del nostri sostengono il lavoro delle donne? Perché difendono il diritto al lavoro delle donne, la loro autonomia e il loro benessere, ed hanno capito che  lavoro femminile porta all’aumento della ricchezza e alla  diminuzione delle spese assistenziali. Il governo olandese ad esempio,  ha applicato la formula dei  congedi parentali per entrambi i genitori della durata di 26 settimane a testa, non cedibili tra l’uno e l’altro coniuge. Investendo meno di quanto fa l’Italia in servizi, l’Olanda ha raggiunto il risultato di accogliere  il 70% dei bambini negli asili. In Francia la ministra per le Pari Opportunità, ha recentemente introdotto la legge sui congedi parentali obbligatori per i padri: durano sei mesi  e non sono cedibili.    In Italia i congedi per paternità obbligatoria (da anni esistevano facoltativi ma quasi inutilizzati) sono stati istituiti dalla riforma Fornero. Quanto durano? Un solo giorno entro cinque mesi dalla nascita del bebè. Un atto simbolico che per nulla incide sulla realtà. Così in tempi di crisi economica e occupazionale si chiede ancora  alle donne di assumere ruoli tradizionali  che sono disfunzionali alle esigenze di cambiamento della società e le discriminazioni nei confronti delle lavoratrici  restano incontrastate.   In un contesto di svantaggio di partenza, la separazione mette in difficoltà proprio le madri. Come spiega Rete Interattiva, molte perdono la casa coniugale in cui vivevano con i figli perché il partner smette di pagare il mutuo, anticipano con redditi esigui spese straordinarie per i figli che non saranno mai rimborsate, oppure fanno i salti mortali per pagare affitti troppo cari per le loro tasche. Altre  sono costrette a tornare a casa dei propri genitori o di altri parenti, oppure chiedono l’aiuto di associazioni con finalità assistenziali; talvolta anche ai centri antiviolenza dove sono in aumento le richieste di aiuto da parte di donne che vivono situazioni di povertà e indigenza a causa dell’abbandono economico dell’ex partner. Un abbandono causato a volte da mancanza di risorse economiche e disoccupazione dell’ex marito oppure con fraudolenza vengono occultati  redditi e risorse economiche.

di Nadia Somma

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