Le lotte e le speranze delle donne: i dati della violenza contro le donne del Coordinamento dei Centri antiviolenza emiliano romagnoli

Mimosa

Un 8 marzo di lotte e di speranza così il Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia Romagna ha commentato la giornata internazionale della donna.  Tra passi avanti e battute d’arresto, una maggiore sensibilità al problema della violenza contro le donne e il back lash  che sta erodendo diritti che erano stati acquisiti nel secolo scorso, il giorno della donna arriva tra lotte e speranze.

I centri antiviolenza – spiega Samuela Frigeri avvocata e presidente del Coordinamento – sono diventati presidi a forte valenza pubblica, pur nel rispetto della autonomia delle associazioni che li hanno costruiti e resi competenti ad affrontare la complessità del fenomeno della violenza di genere. Sono cresciute collaborazioni e convenzioni con le istituzioni locali, ma ancora in una logica differenziata per territori. La recente assegnazione alle Regioni dei fondi nazionali 2013 – spiega – ha messo in luce che non ovunque le risorse aggiuntive sono state destinate ad accrescere e qualificare l’offerta di aiuti alle donne, come i fondi nazionali prefiguravano. Manca una visione condivisa del ruolo dei centri antiviolenza e delle risorse necessarie a renderli luoghi efficaci ed utili per il benessere sociale delle donne, e a liberarli da una annuale precarietà che rischia di indebolire un modello faticosamente costruito nel tempo. I centri antiviolenza continuano a rappresentare per tutte le donne che sperimentano la violenza dei piccoli fari nell’oscurità. L’augurio è che in futuro le risorse destinate al contrasto e alla prevenzione della violenza contro le donne siano tali da consentire ai centri di lavorare sempre meno nell’oscurità e con sempre maggiore efficacia, in accordo e sintonia con le Istituzioni locali, garanti del benessere delle comunità. 

Nel corso del 2014, sono state 3298 le donne che si sono rivolte ai 13 centri che compongono oggi il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna. Per la maggior parte (90%), si tratta di donne vittime di violenza. Per quanto riguarda i nuovi contatti, le donne che nel 2014 si sono rivolte per la prima volta a uno dei centri antiviolenza indicati, a motivo delle violenze subite, sono in totale 2474. Rispetto al 2013, l’aumento è di lieve entità, pari al 3,1% (74 donne); rispetto all’anno precedente, il 2012, le donne aumentano invece del 15,7% (336). Le donne accolte dai centri sono in maggioranza italiane, ma la percentuale di donne straniere è decisamente significativa. Anche nel 2014, così come negli anni precedenti, la percentuale delle donne nuove accolte che hanno subito violenza, provenienti da altri paesi, si aggira intorno al 35%. Sono esattamente il 35,9%, pari a 869 donne. Le donne italiane rappresentano il 64,1% (1553). La percentuale di donne straniere si mantiene stabile nel tempo ed è superiore di più di 20 punti alla presenza di donne straniere fra la popolazione femminile regionale. Da una parte, questi dati vanno letti positivamente, come il segno che i centri antiviolenza sono accessibili anche a donne svantaggiate dalla scarsità di risorse e reti e dalle differenze linguistiche. Dall’altra, resta il fatto che la maggiore presenza di donne straniere può trovare una spiegazione anche nella gravità della situazione di violenza o bisogno in cui si trovano, e nel fatto di essere spesso prive di una rete informale di sostegno. Le donne accolte con figli o figlie sono il 79,3% (1815) e hanno in totale 3163 figli/e. Circa la metà dei figli/e delle donne accolte, il 50,9%  (3163) è stato vittima di violenza diretta o assistita, in totale 1611. Le donne ospitate nelle case rifugio e nelle altre strutture dei centri antiviolenza del coordinamento regionale, sono state 188; i figli/e 203. Rispetto al 2013 si registra un aumento tanto delle donne ospitate che dei figli/e: sono aumentate infatti di 25 unità le prime (pari al 15%), di 16 unità i secondi (pari al 9%). L’aumento delle donne ospitate, che si registra negli ultimi anni, riflette tanto il numero maggiore di centri che fanno parte del coordinamento regionale, quanto il fatto che i centri antiviolenza si sono dotati di strutture più numerose e diversificate, in grado di rispondere ai bisogni delle donne.

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