Violenza contro le donne: i centri antiviolenza bocciano l’emendamento Giuliani sui codici rosa

Da giorni i centri antiviolenza italiani stanno contestando l’emendamento Giuliani alla legge di Stabilità che vorrebbe introdurre il codice rosa in ogni ospedale italiano. E’ stato anche lanciato un appello firmato da D.i.Re,  Udi, LeNove, Ferite a morte, Casa Internazionale delle Donne, Telefono Rosa, Fondazione Pangea, e Be Free per chiedere il ritiro delle firme dei deputati e delle deputate all’emendamento.
Il Codice Rosa è un percorso attivato nel 2010 all’Ausl di Grosseto eppoi esteso nel 2014 in tutta la Toscana che prevede percorsi rigidi nel caso una donna si rivolga al pronto soccorso a causa delle violenze. L’emendamento prevede “l’istituzione di un Gruppo interdisciplinare coordinato tra le procure della Repubblica, le regioni e le Aziende Sanitarie locali (ASL) finalizzato a fornire assistenza giudiziaria e sanitaria riguardo ad ogni aspetto legato alla violenza o all’abuso” e  anche “l’istituzione di un Coordinamento di Gruppi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con il Ministro della Giustizia, il Ministro dell’Interno e il Ministro della Salute”. In parte è fuffa perché ci sono già leggi che prevedono la procedibilità d’ufficio rispetto a determinati reati e  in parte è pericoloso, perché espone le donne a rischi. L’emendamento punta a rafforzare l’azione penale in tutto il Paese senza preoccuparsi che, in ogni territorio dove verrà applicato, ci siano luoghi idonei accolgano  le donne con i loro figli, come ad esempio le  Case Rifugio. L’emendamento non si preoccupa nemmeno che  esistano reti collaudate tra centri antiviolenza e istituzioni che agevolino i difficili percorsi di uscita dalla violenza e che sostengano le donne per il tempo che occorre a costruire una autonomia economica o a individuare altre risorse.
La denuncia penale, si stenta a capirlo, non è lo strumento principe con il quale affrontare il problema della violenza e da solo non mette al sicuro le donne. Le associazioni che hanno lanciato l’appello contestano fra l’altro un testo che ritiene le donne vittime di violenza: appartenenti a fasce di soggetti vulnerabili che possono facilmente essere psicologicamente dipendenti e per questo vittime dell’altrui violenza”. Sparisce completamente una lettura di genere del fenomeno della violenza maschile anche in violazione di quanto dice la Convenzione di Istanbul. Non è certo la dipendenza affettiva delle donne, ammesso che in ogni caso di violenza ci sia davvero  quel problema,  a commettere stupri, stalking e femminicidi ma la violenza maschile. Quando il governo ci stupirà positivamente occupandosi di sostegno all’autonomia economica delle donne e del  rispetto delle direttive europee che vorrebbero 5700 posti letto per le vittime di violenza invece delle attuali 500? E quando finalmente si lanceranno programmi nelle scuole, nei licei, nelle università per occuparsi della prevenzione della violenza?
@nadiesdaa
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