A Lorella Zanardo sui fatti di Colonia

31 dicembre 2016

Cara Lorella,

mi hai domandato come mai non ho scritto nulla sui fatti di Colonia. Una situazione complessa necessita di una risposta complessa e ho deciso di scriverti una lettera.

Nel 2009 il mio centro anti-violenza organizzò una serie di incontri per affrontare il problema della violenza maschile e parteciparono circa venti donne di diverse nazionalità. Il gruppo riunì italiane, marocchine, senegalesi,  russe, cubane, rumene. Fu un’esperienza molto significativa perché al secondo incontro proponemmo una riflessione sulla percezione della sicurezza negli spazi pubblici (strada, locali, mezzi pubblici) e le donne, una ad una, cominciarono a parlare della loro paura eppoi delle  molestie commesse da uomini di altre nazionalità.

Ci parlarono delle aggressioni dei “loro” stranieri.

Le italiane ci raccontarono le molestie e le ingiurie ricevute dai marocchini, le senegalesi, le nigeriane e le  marocchine quelle degli  italiani, le russe e le cubane quelle dei marocchini e degli italiani e via così.

Ci vollero diversi incontri prima che  le donne cominciassero a parlare di violenze, molestie ecc subite fin da ragazzine da  connazionali, amici, parenti ecc.

Toccammo con mano,  per l’ennesima volta, che le donne, pur con differenze tra le varie culture e società,   si abituano lentamente ad un  veleno, quello della  violenza sessista, fisica, psicologica, simbolica e   fin dall’infanzia sono educate in differenti misure,  a limitare libertà e spazi vitali  e imparano a vivere tra confini più o meno stretti.

Lo vediamo anche con le donne che si rivolgono al centro antiviolenza. La violenza sessuale viene  denunciata più facilmente dalle donne  se la commette  un estraneo ma  più difficilmente  quando l’aggressione viene dal partner.

La capacità di reagire  alle molestie dipende dall’educazione ricevuta, se sono state incoraggiate ad essere assertive o se sia stata inibita l’aggressività per educarle all’arrendevolezza, alla sottomissione, alla seduzione ecc.

Veniamo ora ai fatti di Colonia.  Come  molte donne mi sono arrabbiata e indignata. Ho provato emozioni forti e nello stesso tempo cercavo di capire che cosa fosse accaduto. La notizia arrivava attraverso media italiani e tu sai che non sono proprio un edificante esempio di onestà intellettuale e approfondimento. Ho letto che le autorità tedesche avevano parlato di aggressioni organizzate, poi hanno smentito, poi confermato, poi smentito. E’ anche circolato un video che però non riguardava, si è scoperto poi, i fatti di Colonia.

Ho criticato chi ha giustificato le  aggressioni come effetti collaterali delle rapine  nel tentativo di rimuovere atti sessisti e violenti.

Ho provato un forte disagio leggendo articoli di giornalisti  che non si occupano mai di diritti delle donne  e che si  sono risvegliati improvvisamente “femministi” solo per legare la violenza sessista ad una cultura o ad una religione amplificando un sentire che serpeggiava tra la gente comune.

Gli avvenimenti del 31 dicembre sono stati  raccontati attraverso il filtro dell’ideologia.  Si sono create quasi due fazioni: da una parte chi giustificava i profughi perché non riusciva a vedere come aggressore chi è  vittima di una guerra.  Dall’altra c’era chi, invece,  vedeva negli autori delle molestie, i   depositari di una cultura di prevaricazione delle donne come se quella fosse caratteristica solo dei Paesi islamici.

Allora mi sono presa il tempo per capire perché so che  la violenza maschile è trasversale e non conosce barriere geografiche ma so anche che non va mai giustificata o scusata da chiunque venga commessa e dopo diversi giorni era stato scritto molto e mi pareva di arrivare troppo tardi perchè mi sembrava che un post non  potesse esaurire in poche righe tutto quello che volevo mettere in campo. Se i fatti di Colonia facciano parte di una strategia di stupro secondo la logica delle guerre e noi siamo in guerra, è presto dirlo ma lo scopriremo.

Ho letto brutti articoli, disonesti e begli articoli con molti spunti  di riflessione e spesso mi veniva in mente  quel gruppo che avevo condotto tempo fa e mi domandavo perché non la vediamo in maniera altrettanto chiara quella violenza quando avviene in casa nostra, quando è il nostro governo democratico e occidentale che  demolisce le conquiste che abbiamo fatto trent’anni fa.

L’attacco alla 194, la cancellazione dei diritti delle madri lavoratrici,  tra le prime conseguenze del precariato che le donne pagano due volte; gli interventi in  tema di violenza contro le donne che tradiscono la Convenzione di Istanbul e rendono neutro il fenomeno e cancellano la lettura della violenza maschile come questione culturale; l’invenzione della Pas e le CTU che nei nostri tribunali schiacciano come panzer  le denunce  per violenza familiare fatte dalle donne ri-vittimizate e punite con l’allontanamento   dei figli.

Tutto questo che cos’è se non  violenza?  Meno evidente delle violenze per strada ma non meno grave.

Se  dobbiamo avere paura di un patriarcato che ritorna è a quello di casa nostra che dobbiamo guardare e dobbiamo lavorare parecchio  se vogliamo  che i diritti delle donne siano universali, inalienabili e non derogabili in nome di tradizione,  religione e cultura.

La libertà delle donne sarà centrale come lo è sempre stata per favorire il mantenimento e la creazione di società democratiche e laiche, solo così  potremo far fronte all’impatto di altre culture che non hanno mai riconosciuto  alcun diritto alle donne. In caso contrario, i patriarcati si incontreranno e si rafforzeranno l’un con l’altro.

E’ tempo di aprire un confronto profondo  o pagheremo cara la nostra convinzione che le democrazie occidentali ci garantiranno libertà e diritti perché  il nemico sta altrove. Dobbiamo sconfiggere la cultura che causa la violenza contro le donne e inchiodare alle loro responsabilità i governi che sottraendo diritti e libertà rendono vulnerabili le donne nelle loro case e nei loro Paesi.

@nadiesdaa

 

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