Le cosce di Boschi, la patata di Raggi: lettera a Sandra Amurri sul sessismo dei media

libero-raggi

Gentile Sandra Amurri,

ho letto il tuo articolo “Virginia Raggi su Libero è patata bollente. L’indifferenza delle donne è il vero sessismo” sul volgare titolo di Libero:”La vita agrodolce della Raggi. Patata bollente”  firmato dal  direttore Vittorio Feltri. Ho sentito e condiviso la tua indignazione. Il titolo non offende solo Virginia Raggi esponendola ad una  rivoltante gogna sessista ma offende anche tutte le donne perché, per l’ennesima volta,  utilizza il sessismo per colpire una donna in politica invece di fare una critica del suo operato.  Libero ma non solo, direi parecchi quotidiani nostrani, sono affetti da un morbo che abbassa le difese immunitarie della coscienza e della civiltà e quando la narrazione riguarda “negri”, “froci” e donne,  il razzismo, il sessismo, l’omofobia  vengono spacciate per irriverente ironia o satira. A chi si indigna viene consigliato: “fatte na risata!”.

Ho voluto bere l’amaro calice fino in fondo ed ho anche sprecato 1, 50 dei miei preziosi euri per acquistare una copia di Libero e leggere tutto l’articolo: era degno del titolo.    Forse peggio. Imbarazzante per chi ha l’età di Vittorio Feltri e dovrebbe fare esercizio di eleganza di stile rifiutando la volgarità sessista di un bullo cafone e adolescente  in piena tempesta ormonale.  Imbarazzante per qualunque direttore di  giornale. Imbarazzante per il giornalismo italiano. Poteva essere la parodia di un articolo in uno di quei film di Alvaro Vitali invece è la realtà della stampa nostrana. Del resto da colui che pubblica un titolo come “E per gradire arrostiscono una ragazza” per raccontare la cronaca della morte violenta di una ventenne che ci si può aspettare?  Non ho né tempo, né la voglia di parlare di Vittorio Feltri,   mi interessa piuttosto scriverti per ragionare di alcune cose.

Il 4 e 5 febbraio scorsi a Bologna si è svolto il secondo incontro del movimento Nonunadimeno su otto tavoli tematici. Uno di quei tavoli riguarda la Narrazione della violenza attraverso i media e è suddiviso in due sottogruppi: informazione, nuovi media e  fiction. Si  analizzano gli stereotipi con cui si racconta la cronaca dei femminicidi ma anche i pregiudizi sulle donne. Si pensano iniziative e progetti.  I tavoli  sono molto partecipati ma sarebbe bello ci fossero molte più giornaliste quindi già che ci sono ti invito al prossimo tavolo.  Più siamo meglio è.  Hai puntato il dito contro l’ ipocrisia o l’ignavia di quelle donne che  non denunciano le offese  che toccano donne di altri partiti o altre fazioni o  altre “case”. L’antica e triste abitudine delle donne di “lavar panni sporchi in famiglia” o non lavarli affatto esprimendo il proprio mal contento fra mugugni e silenzi fino ad arrendersi all’indulgenza per gli “uomini di casa”,  è  ancora molto diffusa. O a volte avviene anche di peggio e quel linguaggio sessista lo  usano le stesse donne contro altre donne per adesione, imitazione di modelli sessisti, illusione di fare esercizio di un potere maschile a lungo invidiato.

Da vent’anni  si fanno analisi sul linguaggio della stampa  e ne abbiamo  viste di schifezze. Le cose sono peggiorate perché impattiamo contro l’arroganza di chi sa che tanto la farà franca, le segnalazioni all’Ordine dei Giornalisti si sono sprecate, le mail bombing alle redazioni anche e pure gli incontri e le formazioni con giornalisti e giornaliste non bastano. L’Ordine è un grande assente e più adotta  carte e regolamenti  meno pare avere l’efficacia di mantenere la dignità, il rispetto delle regole e un livello sufficiente di intelligenza tra i giornalisti e le giornaliste.  In vent’anni è stata sdoganata una violenza verbale (e di immagini)  fascista, machista  che deumanizza le donne ed è stata utilizzata come arma perché c’è ben altro in gioco. Non riguarda solo Virginia Raggi, riguarda le donne, gli uomini, la qualità di relazioni che si vogliono costruire  fra i generi, i rapporti di potere che il movimento delle donne ha messo in crisi e che le spinte conservatrici e reazionarie vogliono ferocemente restaurare. Come? Mettendo le donne al “loro posto” con violenze fisiche e simboliche, con la denigrazione del linguaggio e delle immagini. Così  si ripristina l’antico ordine  tra uomini e donne. In questo la stampa gioca un ruolo rilevante.    Non è per spirito di polemica che ti ricordo che il 7 aprile 2016 sul blog che curo sul Fatto quotidiano uscì un post firmato da me e Monica Lanfranco nel quale criticavamo il direttore del Fatto quotidiano  perché  Maria Elena Boschi era  oggetto di scherno sessista e in un articolo il suo direttore scriveva di una Boschi trivellata dai magistrati senza alcuna avvedutezza di ciò che  avrebbero potuto evocare quelle parole.   Marco Travaglio, mentre cadeva da un pero, ebbe persino il tempo di rispondere al volo che, chi pensava male,  fosse solo  ossessionato dal sesso. (Anche Vittorio Feltri in un intervista rilasciata ad Affaritaliani.it ha difeso il titolo su Libero, dicendo “non mi scuso”,  “non c’è nessun doppio senso” e che un significato offensivo “lo attribuisce chi legge e non chi scrive”).

Quel  linguaggio è ovunque e si sciorina nei luoghi che frequentiamo abitualmente e in luoghi che ci sono estranei e sta investendo in pieno le donne.

E  allora no! Non si deve tacere. Hai ragione.

 

cosce-di-boschi

 

@Nadiesdaa

 

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7 pensieri su “Le cosce di Boschi, la patata di Raggi: lettera a Sandra Amurri sul sessismo dei media

  1. Feltri è un bullo adolescente e lo ha confermato. quel titolo è certamente sessista. poi che Amurri non abbia protestato per il sessismo del FQ verso Boschi è più che normale: si sa che l’accusa di sessismo vale solo quando offendono le donne della propria parte politica

    • Anche i nazisti e i fascisti facevano satira. Quella sulle cosce di Boschi è satira sessista. Poi c’è quel trivellata riferitole e altre frasi di stampo misogino che Travaglio adopera (vedi l’utilizzo della ricorrente “ipocrisia di vergini violate”….) Non mi pare che quando Grillo espose Boldrini a gogna con Cosa faresti con Boldrini in macchina? I direttori del Fatto si siano spellati le mani per condannare la cosa. Per non parlare di alcuni post “provocatori” di Massimo Fini. Non si può affrontare la questione con pagine o spazi dedicati alle questioni di genere. Bene che il Fatto online abbia lasciato spazio a femministe per scrivere di sessismo ma non va bene che sia considerato spazio di “nicchia”che riguarda una riserva indiana poi al di fuori c’è libertà di fare come ci pare e guai a chi critica. Tutto questo non riguarda solo il Fatto quotidiano e Libero che fa molto peggio, e ma innumerevoli testate.

  2. Complimenti! E questa me la chiamano libertà di stampa? Non è che il giornale di destrissima si chiama Libero perché è libero di offendere,di sbatterci in faccia tutto il pupilismo di destra demagogo,xenofobo,razzista,omofobo,sessista,portatore di disinformazione e di bufale?

  3. Pingback: Sessismo: nessun luogo ne è immune – Il paese delle donne on line – rivista

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