Centri antiviolenza, un uomo viaggia alla ricerca di ‘altre stelle’

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Una acrobata che volteggia nell’aria, avvolta in un drappo di stoffa, rappresenta egregiamente l’impegno delle attiviste dei Centri antiviolenza, ma anche le risorse che le donne vittime di violenze mettono in atto per uscire da inferni quotidiani. La foto (La risalita, 2014, di Michela Ferrara) è la copertina di Altre stelle – Un viaggio nei centri antiviolenza, scritto da Luca Martini per le edizioni Mimesis con la prefazione di Riccardo Iacona e la postfazione di Anna Prahamstraler, vicepresidente di D.i.Re.

Bolzano, Brescia, Rimini, Lucca, L’Aquila e Catania: queste le mete attraverso cui si snoda l’itinerario di Luca Martini che, bussando alla porta di sei Centri antiviolenza della rete D.i.Re, cerca di capire chi siano le attiviste e che cosa le animi. E’ la cronaca di un percorso educativo, di una presa di coscienza sul fenomeno della violenza maschile e sulla realtà vissuta dalle donne che ne combattono pregiudizi, rimozioni e stereotipi.

“Ho scelto di incontrare le attiviste dei Centri antiviolenza grazie a Riccardo Iacona perché mi convinsi dopo aver visto una puntata di Presa Diretta nel 2013″, dice l’autore che fin dalle prime pagine si domanda: “E qual è allora il ruolo degli uomini in questo scenario? Non essere violenti certo sembrerebbe già un primo passo. Ma il passo decisivo è la partecipazione al percorso per questa parità negata, nella condivisione dei valori e dei progetti, con l’ampia, necessaria consapevolezza del proprio ruolo. Che non è passivo, non è contemplativo, ma non è nemmeno di leadership come da millenaria esperienza usurpatrice. E’ di collaborazione fattiva, è di ascolto, è di supporto e poi, certamente, è da protagonista nelle proprie scelte di vita”.

Quella puntata dedicata alla Strage di donne ha spinto Martini a scoprire chi abita i luoghi femministi che da trent’anni in Italia accolgono le donne in fuga dalla violenza.  Ne è emerso il ritratto di luoghi vitali, creativi, animati da un’irriducibile passione politica e dal desiderio di libertà e giustizia delle donne, a dispetto delle difficoltà e della cronica ambivalenza dello Stato che è presente e assente, che vuole affrontare il problema e poi lo rimuove, che coinvolge i Centri antiviolenza per i loro servizi, ma poi rifiuta la loro lettura del femminicidio.

Le donne di Rompi il silenzio (Rimini) svelano che la “fortuna” di operare in una realtà ricca delle precedenti esperienze di altre associazioni emiliano romagnole, non le ha agevolate particolarmente. Hanno dovuto lavorare per ben tre anni prima di essere accolte dalle istituzioni locali per diventare, grazie alla tenacia e al valore della loro esperienza, interlocutrici autorevoli nel contrasto alla violenza contro le donne. Le donne dell’associazione Gea (Bolzano), ricevono sostegno dalle istituzioni grazie a una legge provinciale fin dal 1989, eppure si scontrano ancora con il pregiudizio di quei concittadini convinti che la violenza riguardi soprattutto immigrati e fanno i conti, talvolta, con i pregiudizi sulle femministe. Sabrina dice: “Finché dovremo mettere in evidenza il fatto che noi abbiamo nelle relazioni assolutamente serene con i nostri compagni, significa che siamo davvero indietro rispetto a dove dovremmo essere. Perché pare proprio che si debba spiegare che non siamo animate da sentimenti contro gli uomini, che non siamo esseri asociali. Questo renderci riconoscibili in tal senso, è un segno di diffusa inadeguatezza sociale. Così come si deve sempre specificare che non tutti gli uomini sono violenti. In realtà proprio la necessità di questa specificazione è quasi frustrante”.

Il libro racconta delle acrobazie della Casa delle donne (Brescia) e  Thamaia (Catania) che vanno avanti con scarsissimi finanziamenti e continuano ad accogliere le donne vittime di violenza. C’è la testimonianza del Centro antiviolenza dell’associazione Luna (Lucca) che ha incontrato le resistenze e le minimizzazioni di sempre: “Qui il problema non c’è!” Ma poi a Lucca, dieci femminicidi, tra il 2009 e il 2012,  risvegliano bruscamente le coscienze su una realtà che non conosce confini. E c’è l’intensa testimonianza del Centro antiviolenza Le Melusine (L’Aquila) attivo nonostante il terremoto che ha ferito città, paesi, anime e inciso un’invisibile e dolorosa linea di confine nella memoria collettiva, tra “il prima e il dopo”. La terra si è mossa travolgendo la popolazione e facendo esplodere la distruttività anche nelle relazioni. Racconta Annamaria che “col terremoto molte coppie sono scoppiate e la violenza maschile ha calcato la mano. In alcuni casi gli spazi angusti e stretti nei quali tante coppie si sono dovute trasferire hanno agito da detonatore rispetto alla violenza. In altri casi, queste donne, proprio alla luce di nuovi contatti ed esperienze di relazione hanno realizzato la loro condizione di sottomissione ed hanno cercato una via d’uscita”.

Il viaggio di Luca raccoglie, alla fine,  la testimonianza di Marilena Ricciardi, una violenza vissuta da studentessa, a Madrid: “Sono una delle donne su tre che nel corso della vita subiscono una aggressione sessuale”. Marilena parla delle conseguenze del trauma, della rabbia e del  vuoto seguito alla legittima  richiesta di giustizia perché ancora troppe denunce restano dimenticate tra sordità e silenzi sociali e istituzionali. La violenza è stata l’inizio di un doloroso pellegrinaggio alla ricerca di quella parte di sé che aveva lasciato nelle strade di Madrid. Dopo qualche anno le donne di un Centro antiviolenza londinese hanno saputo ascoltarla ed è cominciata la risalita.

I centri antiviolenza ci sono per questo, per rompere i silenzi senza cedere di un centimetro come le donne aquilane, dandosi una forza immensa come le catanesi, chiedendo e offrendo come le bresciane, facendo del loro attivismo una prospettiva di vita come le bolzanine e trovando spazi per ospitare le donne come hanno fatto le lucchesi. Non si fermano, nonostante tutto, perché come dicono le riminesi “quando  una non ce la fa più arrivano le altre a spingere”.

E’ questo mondo che Luca Martini ha voluto conoscere orientandosi come gli antichi marinai che scrutavano il cielo per seguire la rotta. E Luca scrive che ha scorto altre stelle ad illuminare il cammino.

@nadiesdaa

(pubblicato sul Fatto quotidiano)

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