Posto occupato: in ricordo di Laura uccisa insieme a Letizia il 13 aprile scorso

E’ trascorso poco più di un mese dal duplice  femminicidio di Laura Pezzella e Letizia Primiterra avvenuto il 13 aprile scorso ad Ortona. Sono state uccise da Francesco Marfisi che non accettava la separazione dalla moglie Letizia e che ha voluto accanirsi anche contro Laura, la migliore amica della moglie. Nella mente misogina e maschilista di quest’uomo violento, c’era una lista di donne da uccidere, responsabili   di essersi messe contro di lui. Prima di essere fermato e arrestato dai carabinieri, ha ucciso la moglie Letizia che aveva osato separarsi eppoi Laura.

 Ora i genitori di Laura devono affrontare  il dolore per la perdita della figlia e anche prendersi cura dei nipoti, due bambini di 5 e 7 anni che hanno assistito all’uccisione della madre. Colpiti duramente e in tenera età,  da un trauma profondo che dovrà essere elaborato per anni.  Laura  ha pagato con la vita la sua amicizia con Letizia, il senso civico, il senso di responsabilità di chi non vuole girarsi dall’altra parte e restare in disparte o indifferente. Il 14 maggio avrebbe compiuto 33 anni.  I genitori  hanno voluto ricordarla e anche ricordare il suo esempio e  il suo coraggio, organizzando insieme al Centro antiviolenza di Ortona, Donn-é  l’iniziativa “Per non dimenticare. Posto Occupato, allestendo con manifesti le vetrine del Corso  rivolgendo  un messaggio  alla città e a tutte le donne:  “Un posto occupato in ricordo di Laura che oggi avrebbe compiuto 33 anni, e di tutte le donne vittime di violenza che devono avere giustizia e verità. Non si chiama raptus, non è conflitto, non esiste la provocazione. Si chiama Femminicidio e a ciò non può esserci alcuna giustificazione”.  

In attesa del processo che dovrà chiarire  perché Francesco Marfisi non è stato fermato dopo la denuncia che Letizia aveva fatto ai carabinieri e il coinvolgimento di un servizio territoriale  per donne vittime di violenza, resta il dolore da elaborare per l’ennesima cronaca di una morte annunciata sulla quale è doveroso non far calare il silenzio e non lasciare i familiari di Letizia e di  Laura  da soli.

@nadiesdaa

‘Radio Globo sessista’, le donne sono gallinelle o cagne. Ma questa è satira?

Sessismo Radio Globo

 

Le donne? Gallinelle e cagne. Nei giorni scorsi, sul blog Pasionaria.it è stato denunciato il linguaggio di The Morning Show in diretta su Radio Globo, tutti i giorni. L’emittente trasmettea Roma e nelle province di Latina, Rieti e Viterbo. Durante le puntate andate in onda dall’8 al 15 luglio, i conduttori Massimo Vari, Roberto Marchetti e Federico De La Vallée hanno adoperato un linguaggio denigratorio e sessista nei confronti delle donne.

Lo spunto è stata la nomina di cinque assessore nella giunta Raggi che ha scatenato nelle loro menti un tremendo rovello: la scelta di un numero di donne pari a quello di uomini è dipeso dalle quote rosa? Devono essersi sentiti  perdutamente soli contro tutte quelle donne in fascia tricolore, tant’è che hanno cominciato a sciorinare baggianate sulla condizione lavorativa delle donne e sulla disparità dei salari, confutando ricerche statistiche con battute sessiste e altre uscite di cattivo gusto e prive di humor. Se i conduttori esibissero il loro ammuffito maschilismo nell’angolino di qualche bar, qualche anima pia gli potrebbe concedere l’alibi di aver bevuto qualche bicchiere di troppo ma costoro purtroppo hanno tra le mani un microfono e una radio e banalizzano il sessismo nascondendolo dietro la solita scusa: è “satira” (sempre così: se non è ironia, è satira). Nulla più distante dalle loro parole. La satira richiede intelligenza come l’ironia.

C’è andata di mezzo un’ascoltatrice, Barbara, intervenuta in diretta per replicare alla dabbenaggine con la quale era stato affrontato l’argomento delle quote rosa (a partire dal minuto 25:25 della puntata dell’8 luglio), è stata derisa per tutta la telefonata: ‘complessata‘, ‘va a morì ammazzata’, ‘torna in cucina’, ‘facci parlare con tuo marito’, come non bastasse è stata esposta anche agli insulti di ascoltatori scaricati da WhatsApp, senza alcun filtro: ‘Barbara chissà te quante ne conosci di posizioni’, ‘Barbara, schiava, zitta e chiava’ e anche ‘A Barbara te manca la vitamina c…’. ‘Barbara che rottura de coglioni’. E le risatine a corredo di questi interventi hanno aggravato il livello della comunicazione perché hanno fatto passare per scherzo ciò che è violenza verbale.  Questi tizi che pretendono di fare satira in radio, quando sono criticati però, si rivelano permalosissimi. Ilaria Nassa, che aveva scritto una lettera di protesta contro il loro programma suscitando l’indignazione sul web con il lancio dell’hashtag#BoicottaRadioGlobo, è stata denigrata e derisa con una pantomima propinata di frequente nelle puntate (in particolare al minuto 80 della puntata del 12 luglio): viene ripetuto il ritornello‘croccantini, croccantini’ e viene agitata una scatola, come a darle della ‘cagna’.

La protesta di Pasionaria.it è stata accolta da Telefono Rosa che ha denunciato l’accaduto anche alla presidente della Camera, Laura Boldrini e alla vice presidente del Senato, Valeria Fedeli e si è appellato all’Agcom – Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, all’Ordine Nazionale dei Giornalisti e all’Unar, Ufficio Nazionale Anti Discriminazione della Presidenza del Consiglio affinché vengano fatti approfondimenti sui contenuti delle puntate. In un duro comunicato, Telefono Rosa si è detto sbigottito anche per il fatto che l’editrice della radio sia una donna e ha domandato ‘se non sia venuto in mente alla editrice, al direttore artistico e ai suoi conduttori, quanto questo linguaggio possa essere dannoso per giovanissimi uomini e giovanissime donne che ascoltano perché è proprio questa subcultura del sessismo e della barbarie linguistica verso le donne che la violenza cresce, sguazza, si manifesta’. Ieri la vicepresidente del Senato Fedeli ha commentato che, nel Morning Show, ‘a proposito della realtà della condizione femminile siano state dette solo bugie e che i conduttori non hanno accortezza dell’argomento, né della forza delle parole che hanno la responsabilità di adoperare e si è rivolta all’editrice della radio: ‘Mi auguro che rifletta su quanto sia negativo l’esempio del programma’.

Troppe volte, ci si domanda a che serve ratificare trattati internazionali, come per esempio la Convenzione di Istanbul, se restano lettera morta. Tra le direttive per prevenire la violenza contro le donne, l’articolo 17 riconosce l’influenza del linguaggio e delle immagini nella società e nella cultura. Per questo raccomanda: «Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità».

Dopo giorni di polemiche i conduttori hanno manifestato un certo nervosismo perché hanno cominciato a fare minacce di querela. Hanno rivolto ridicole accuse alle donne di Pasionaria.it che avrebbero “cavalcato la vicenda” e hanno ripetuto il solito insulto “cagne”. La giustificazione dietro la quale si sono malamente riparati è che loro non sono giornalisti (per fortuna), fanno intrattenimento e che quelle frasi andavano contestualizzate. Allora lascino questi argomenti a chi li affronta con competenza e facendo un’informazione corretta. Naturalmente ci sono state anche invettive contro le femministe che “hanno rotto i coglioni” e che“andrebbero rase al suolo”: pare che i conduttori, nonostante la loro età (son grandicelli), abbiano ancora tanta paura delle streghe cattive. E’ un vero peccato che non temano altrettanto l’idiozia, la volgarità e la violenza.

@nadiesdaa

Pubblicato sul Fatto quotidiano del 20 luglio 2016

 

Il Consiglio d’Europa condanna ancora l’Italia per la inadeguata applicazione della 194: botta e risposta tra Lorenzin, Taddei e Camusso

Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha riconosciuto in una sua pronuncia dello scorso ottobre, resa pubblica solo oggi, che l’Italia ha violato l’art. 11 della Carta sociale europea, con la quale vengono riconosciuti i diritti umani e le libertà, nonchè stabiliti meccanismi di controllo per garantirne il rispetto da parte degli Stati componenti la Comunità europea. La decisione del comitato accoglie un reclamo collettivo contro l’Italia presentato nel 2015 dalla Cgil, avente ad oggetto la violazione dei diritti delle donne che intendono accedere all’ivg ai sensi della Legge n. 194 e la violazione dei diritti dei medici non obiettori. E’ la seconda volta che l’Italia viene condannata per l’inadeguata applicazione delle legge sull’interruzione volontaria di gravidanza: l’8 marzo del 2014 venne accvolto il ricorso presentato dall’organizzazione internazionale non governativa International Plannred Parenthood Federation European Networktato e dalla Laiga. A distanza di due anni anche il ricorso presentato dalla Cgil viene accolto.

Vignetta Anarkikka su condanna europa

L’organismo comunitario conseguentemente ha stabilito che nel nostro Paese continuano a prevalere situazioni per le quali “in alcuni casi, data l’urgenza del carattere delle procedure necessarie, le donne che intendono chiedere un aborto possono essere costrette a trasferirsi in altre strutture sanitarie, in Italia o all’estero, o ad interrompere la loro la gravidanza senza l’appoggio o il controllo delle autorità sanitarie competenti, o possono essere dissuase dall’accedere ai servizi di aborto, che hanno diritto di ricevere in linea con le disposizioni della legge n° 194/1978”.
A detta del Comitato “la Cgil ha fornito un ampio numero di prove che dimostrano come il personale medico non obiettore affronti svantaggi diretti e indiretti, in termini di carico di lavoro, distribuzione degli incarichi, opportunità di carriera”, consentendo così allo stesso organismo comunitario di rilevare che le strutture sanitarie “non hanno ancora adottato le misure necessarie per rimediare alle carenze nel servizio causate dal personale che invoca il diritto all’obiezione di coscienza, o hanno adottato misure inadeguate”.Poiché risulta che preliminare a questa decisione sia l’osservazione che il governo “non ha fornito virtualmente nessuna prova che contraddica quanto sostenuto dal sindacato”, dalla decisione comunitaria ne discende che sussistono palesi responsabilità delle istituzioni pubbliche italiane nella lesione dell’ “effettivo esercizio del diritto alla protezione della salute” tutelato dall’art. 11 della Carta sociale europea. Norma disattesa dallo Stato che deve invece impegnarsi a porre in essere “le adeguate misure volte in particolare ad eliminare per, quanto possibile, le cause di una salute deficitaria”, come recita il primo comma del suddetto articolo la cui violazione è stata oggetto della decisione del Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa.
Solo pochi mesi fa, a novembre 2015, nella relazione annuale al parlamento sullo stato di attuazione della legge 194/78, si continuava a non rilevare problemi: “Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG, si conferma quanto già osservato su base regionale e, per la prima volta, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale: non emergono criticità nei servizi di IVG.”Risulta evidente la distanza tra le enunciazioni contenute nella relazione annuale del Ministero della Salute e la realtà evidenziata dai risultati della pronuncia del Comitato europeo. La ministra Beatrice Lorenzin ha commentato la sentenza di condanna dicendo che si riserva di approfondire con i miei uffici, ma sono molto stupita perchè dalle prime cose che ho letto mi risulta si rifacciano a dati vecchi che risalgono al 2013. Il dato oggi è diverso. Non c’è alcuna violazione del diritto alla salute. Ma Susanna Camusso le ha risposto che la sentenza è nota al Governo da tre mesi. Il Consiglio d’Europa prevede un periodo nel quale il Governo può regolarizzare la situazione prima che venga resa pubblica tre mesi sono trascorsi senza che sia stato fatto nulla ed oggi la sentenza è pubblica. Mentre Loredana Taddei responsabile delle politiche di genere Cgil ha replicato alla ministra che “i dati relativi al Reclamo collettivo n.91 della Cgil sono aggiornati alla pubblica udienza che si è tenuta davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo a Strasburgo il 7 settembre 2015 e non sono mai stati smentiti dal Governo italiano come ha attestato il Comitato Europeo che ha riconosciuto che nessuna prova è stata fornita dal Govenro italiano per attestare che la 194 è applicata correttamente in relazione agli articoli 1,11, 26 ed E della Carta Sociale Europea”. Le enormi difficoltà che incontrano le donne per poter accedere al servizio di IVG sono state per anni sottovalutate, ridimensionate, derubricate a casi sporadici.
Oggi ci troviamo di fronte a una ennesima condanna europea della condotta dell’Italia, alla quale auspichiamo che si dia questa volta una risposta efficace.
Gli organismi istituzionali competenti in materia devono impegnarsi fattivamente all’adempimento degli obblighi di legge, per sanare la situazione e per assicurare un’adeguata applicazione del diritto alla salvaguardia della salute psico-fisica della donna. I dati sull’obiezione di coscienza continuano ad essere elevatissimi. In alcune regioni le percentuali di obiezione tra i ginecologi sono superiori all’80%: in Molise(93,3%), in Basilicata (90,2%), in Sicilia (87,6%), in Puglia(86,1%), in Campania (81,8%), nel Lazio e in Abruzzo (80,7%) e il rischio che le donne ricorrano all’aborto clandestino è elevato perché in 4 strutture pubbliche su 10 è davvero difficile ricorrere all’Ivg. Il governo invece sostiene che gli aborti sono in calo e infatti il nostro Paese ha un tasso di abortività inferiore del 9-10% rispetto a Paesi come Gran Bretagna, Francia, Svezia eppure nessun approfondimento viene fatto per capire quanto incida l‘elevato numero di obiettori di coscienza.

A peggiorare la situazione è intervenuto anche il decreto legislativo del 15 gennaio scorso che in una situazione che crea le condizioni per il ritorno all’aborto clandestino, ha elevato le sanzioni per le donne che ne facciano ricorso. Da 100 euro fino a 5mila/10mila euro, decuplicando la somma simbolica prevista dalla vecchia normativa. Questa decisione ha sollevato proteste sul web da parte del gruppo #ObiettiamoLaSanzione: si deve contestare la strategia dello struzzo che sta adottando il Governo se si vuole mettere un punto fermo sulla tutela della salute delle donne e della loro libertà di scelta.

#ObiettiamoLaSanzione e l’indifferenza del governo ai richiami del Consiglio d’Europa sul rispetto della 194 #aborto.

@Nadiesdaa

Pubblicato anche su Politica Femminile