L’Huffington post, l’infanticidio, la blogger e l’importanza delle parole  

Il 7 maggio nel cortile condominiale di una palazzina di Trieste è stata trovata, adagiata su un cumulo di macerie, una neonata avvolta in un sacchetto di plastica. La bambina è stata soccorsa da alcune donne delle pulizie che passavano per caso sul vialetto ma  purtroppo è morta all’ospedale pediatrico Burlo Garofalo. Si è scoperto in pochissimo tempo che la donna che l’ha partorita è una ragazza di 16 anni. Dopo il parto, ha messo la neonata nel sacchetto e l’ha calata con una corda dalla finestra, giù, fino al cortile. Non sappiamo se, mossa dall’oscurità dell’inconscio, questa giovanissima donna volesse sbarazzarsi della figlia come fosse uno scarto,  oppure volesse affidare la bambina ad una sorta di sacchetto-placenta  legata ad una corda-ombelicale per  lasciarla alla sorte. Ora sulle responsabilità penali indagherà la Procura di Trieste ma la notizia è deflagrata in cronaca perché l’uccisione di un neonato o di una neonata da parte della madre, è un evento che turba e ferisce l’opinione pubblica mettendo in discussione il principio che nessuno come una madre, ama e protegge  il proprio figlio. Non è un principio sempre valido. Non è sempre così, nemmeno per le madri che curano e proteggono i loro figli dopo averli partoriti.   Di questa tragica  vicenda che porta a galla questioni complesse e delicate, ha scritto senza garbo, malamente, visceralmente Deborah Dirani sull’Huffington Post con un titolo  La Festa della mamma di un’assassina suscitando per i contenuti, molte proteste e attacchi sul web. La blogger  ha gettato benzina sul fuoco ed ha  malamente difeso le sue tesi con una foto imbarazzante ed un commento aggressivo e ingiurioso nei confronti di chi la contestava, definendo i commenti critici al pari di ragadi anali delle quali non si sarebbe curata (per poi fare qualche modifica al post).

La psicoterapeuta Costanza Jesurum  con la delicatezza che la contraddistingue, ha lasciato sulla sua bacheca Fb, un breve commento, una piccola bussola per orientarsi in quel mare magnum sempre in perenne agitazione che è il web. Scrivendo dell’indicibile ombra del materno, ha commentato: “La donna, che uccide il suo bambino nato, compie un suicidio per interposto corpo. L’infanticidio è un nodo che deve essere parlato, toccato, raccontato sui giornali, soltanto da chi può, da chi non si brucia e non brucia. Ed io vedo che ancora molte persone non pronte, giornalisti, si assumono un onere divulgativo che non possono sostenere. Non hanno la maturità esistenziale, nè quella professionale per assolvere il compito. Certa scrittura, certi temi non sono per tutti”. Eppoi ha scritto Riflessioni intorno all’infanticidio che vi invito a leggere. 

Anche  la Rete Non Una di Meno si sta mobilitando contro  quello che la blogger Lola, sul suo post Giudice, Giuria e boia, ha definito un concentrato di “cattiveria puro, come raramente si è visto” e che è di fatto lo sfogo rancoroso, un’ invettiva dai toni forcaioli. In una lettera pubblicatasul suo  sito, NUDM chiede alla direttora dell’Huffington Post,  Lucia Annunziata, di prendere le distanze dal post di Dirani.
Se è lecito esprimere dolore  e anche indignazione davanti alla distruttività e alla inaspettata irruzione dell’obnubilamento della ragione, non è lecito o degno di una testata nazionale pubblicare uno sfogo furioso,  augurare alla ragazza di essere perseguitata a vita dalla Festa della mamma (poi tolto)  e far intendere che nemmeno le bestie si comportano così. Tantomeno è lecito cucire una  lettera scarlatta addosso alla madre di questa sedicenne (“la Festa della madre di una assassina”) facendo dell’orrendo titolo il degno coronamento di un pessimo esempio di giornalismo. Un professionista ma anche chi cura dei blog, è  tenuto a fare una corretta informazione e deve  raccontare i fatti con una narrazione libera da qualunque stereotipo o pregiudizio; se ha competenze dovrebbe dare una chiave di lettura perché i fatti che turbano la collettività, hanno bisogno di essere elaborati. Se non ha competenze è meglio che taccia o tenga ferme le dita perché di sfogatoi e linciaggi sul web ne abbiamo già abbastanza. E ancora,  chi scrive non dovrebbe dimenticare mai che è di persone in carne ed ossa che si sta occupando, non delle proprie paure e dei propri fantasmi che se inseguiti sull’onda della propria visceralità conducono lontano da quell’esercizio di coscienza che dovrebbe fare chi si mette in gioco per fare informazione. Deborah Dirani, scrive nella presentazione del suo blog “Donna prima, giornalista poi“: a volte sarebbe meglio essere innanzitutto un o una  brava professionista che non dimentica l’ etica e scrive con competenza.
A volte, cara Deborah, è  meglio essere prima una  giornalista e poi tutto il resto.
p.s la canea sul web non ha bisogno di incoraggiamenti (Screenshot pubblicati sulla pagina fb Abbatto i muri)
18342199_10209654606310169_8718041982663187436_n
 (Twitter @nadiesdaa)

La ministra Lorenzin inciampa ancora sulla campagna per fertility day

14344956_306777203014045_8087661881873878523_n

Beatrice Lorenzin – ministra della Salute 

La campagna condotta da Beatrice Lorenzin sulla fertilità degli italiani comincia ad aver qualcosa di comico e caricaturale. Come il fantozziano personaggio della Contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, la ministra alla Salute Beatrice Lorenzin non riesce proprio a varare la campagna per il Fertility day. Un mese fa circa, aveva dovuto ritirare le cartoline propaganda realizzate dal ministero per stimolare una generazione di precari sottopagati, a mettere al mondo figli, ammonendo le italiane, solitamente licenziate appena annunciano una gravidanza al datore di lavoro, a non attendere troppo per mettere in cantiere dei figli. Erano state durissime le contestazioni per l’irritazione di una propaganda che in un Paese sempre più impoverito, soggetto a continui tagli del welfare e con la disoccupazione femminile più alta d’Europa , aveva tutto il sapore di una presa per il culo. La ministra alla vigilia del fertility day ha dovuto fare marcia indietro una seconda volta. Insomma non ne azzecca una.

Questa volta si tratta del  razzismo sulla copertina degli opuscoli distribuiti per la prevenzione della sterilità e dell’infertilità. Le situazioni messe a confronto per indicare comportamenti positivi e negativi contrappongono un gruppo di garruli e sorridenti ragazzoni bianchi e biondi ad  un gruppo di giovani di colore che si fanno canne.  La cosa avvilente è che le foto dell’opuscolo pare siano state prese pari pari dalla pubblicità per uno studio odontoiatrico, insomma nemmeno lo sforzo di realizzare qualche foto. La ministra grida al complotto e ha fatto già cadere delle teste   e promette indagini per sapere come mai è stato messo in circolazione del materiale diverso da quello che era stato vidimato.

14329979_306579606367138_909483534088310752_n

Copertina dell’opuscolo per prevenire la sterilità e l’infertilità del ministero della Salute

Il responsabile della direzione generale della comunicazione istituzionale del suo Dicastero che ha curato la redazione e la diffusione del materiale informativo ha fatto le valigie.

L’obiettivo di far figliare le italiane ad ogni costo pare essere divenuto una ossessione per Lorenzin e ci si comincia a domandare quanto della sua vita privata non stia pesando sulle scelte politiche del suo ministero.  Insomma il dubbio che  la ministra ci sta mettendo del suo comincia ad insinuarsi.

Il web si sta scatenando nuovamente e tra proteste serie, parodie e sberleffi prende in giro la propaganda per la fertilità del Governo ma non  c’è proprio da riderci troppo. La scorsa estate (determina 6 luglio 2016) è passata del tutto sotto silenzio la scelta di passare molte pillole anticoncezionali  dalla classe A, ovvero dai farmaci mutuabili, alla classe C che contraddistingue i farmaci a pagamento. E’ una scelta che ricadrà sulle donne che vivono in maggiore disagio economico e che potrà essere un deterrente per l’assunzione di anticoncezionali magari per indurre a ricorrere al coito interrotto, pratica che proteggeva da gravidanze indesiderate quanto un hula hoop dalla pioggia. Queste scelte politiche insieme all’ormai consolidato boicottaggio della 194 mettono a rischio la libertà di scegliere se fare figli e anche la salute riproduttiva delle donne e sono oltretutto vuota propaganda. L’Italia ha un calo demografico costante ma le soluzioni non stanno certo nello stampare due opuscoli che facciano la ramanzina sui rischi dell’infertilità e dato che ormai è risaputo che i Paesi occidentali dove si è alzata la natalità sono quelli dove c’è maggiore occupazione femminile e minori disuguaglianze.

@nadiesdaa

 

 

Lo stupro. Cosa cambia se sei madre di un figlio o di una figlia

Si vede che sei madre di una femmina” un’amica mi risponde con queste parole mentre le parlo della denuncia di stupro di quella  ragazza che domenica sera passeggiava con le amiche dopo aver guardato i fuochi d’artificio e ancora le dico, indignata, dell’ oscena canea scatenata sul web contro  questa adolescente colpevole di essere uscita di casa.  Resto interdetta  e mi sento attraversare da una emozione spiacevole;  poco dopo lei si scusa e mi dice di essere rimasta male per le sue stesse parole.  Le domando “Pensi che essere madre di figli o figlie incida sulla percezione della violenza maschile?” .Mi risponde “intendevo dire che la percezione di uno stupro per la madre di una figlia è forse diversa per una donna che non ha figlie perché è una cosa che potrebbe capitare ad una figlia”. Tutto questo è vero ma   ho anche il sospetto che ci sia dell’altro, un non detto  nascosto in quella frase che come un sasso nello stagno ha fatto risuonare emozioni. Siamo affiatate da anni, abbiamo condiviso esperienze e confidenze e per qualche istante ci siamo viste   come se fossimo su due differenti sponde, divise da un fiume di emozioni. Contrapposte.  Essere madre di un maschio ha donato alle donne  uno status.  In un passato non troppo lontano, le donne che generavano maschi si appropriavano di un potere che era loro precluso e se anche oggi nel mondo occidentale, generalmente, le donne non sentono più l’ambizione di generare un maschio qualcosa risuona ancora nelle segrete stanze dell’inconscio.   Le madri difendevano il  potere sessuale e sociale dei loro figli e garantivano il dovere morale e e virginale delle loro figlie.

Tempo fa Monica Lanfranco mi intervistò per un’inchiesta che sta conducendo sulle madri femministe e da cui presto sarà pubblicato un libro. Le ho lasciato  la mia testimonianza su quanto il femminismo abbia influenzato il mio modo di vivere la maternità  e la relazione con mia figlia. E’ un tema ricco di spunti di riflessione e di possibilità di confrontarsi tra donne.   Essere madre di una figlia o di un figlio  può influenzare   le emozioni che scatena la  violenza contro le donne?